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Cinemacoreano.it - Candidato all'Italian Web Awards 2004

> Saggi > Kim ki-duk: un ritratto [5]

I film di Kim Ki-duk sono stati talvolta definiti "grotteschi". Questo termine, che di recente è diventatato di gran moda in Corea, diventa alla luce di quanto detto la parola chiave che sta ad indicare il crollo della stabilità mentale e delle sue varie espressioni culturali.

La vita di Kim Ki-duk, i suoi film e la loro crudeltà sono elementi strattamente intrecciati l'uno con l'altro: la realtà crudele che mette in scena potrà impaurire il pubblico e far storcere il naso a qualche critico, ma se l'energia che permea i suoi film deve essere riconosciuta come un elemento oscuro, è altrettanto vero che essa non è il solo argomento dei suoi film. La messa in scena della crudeltà, al contrario, deve essere riconosciuta come l'aspirazione a trovare un senso alla crudeltà delle nostre vite e del mondo in cui viviamo. Address Unkonwn, ad esempio, fa risalire la nostra crudeltà di oggi alla storia del colonialismo e alla guerra di Corea.

Il cinema di Kim Ki-duk ci porta a questa costatazione, e ci spinge a migliorare. Questo sforzo è per Kim un punto di partenza per una rivoluzione: come Antonin Artaud, che all'inizio del XX secolo introdusse l'idea del teatro della crudeltà come un mezzo per trovare una cura per se stesso e per gli altri, Kim Ki-duk, i cui film sono pieni di distruttività e di violenza, utilizza l'orrore e il sadismo non come fini a se stessi, ma come un sacrificio per riportare l'umanità a uno stato precedente a quello della sua contaminazione con una realtà crudele.

Questa è la ragione per la quale Kim risponde alle aspre critiche dirette contro di lui dicendo "Avete mai veramente guardato le vite che mostro nei miei film? Avete mai visto sul serio il grido disperato che c'è nei miei lavori?" E aggiunge che girare per lui è "un processo per trasformare la propria difficoltà a capire in una possibilità di comprendere". Film dopo film, Kim ha iniziato a mettere in scena anche quegli elementi di bellezza e di calore che il mondo può offrire. E spiega che per lui, ogni film è la ripetizione di un processo: "rapisco la gente mainstream nel mio spazio, mi presento come un essere umano e chiedo loro di stringermi la mano. Così non hanno più paura delle mie posizioni".

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