Home
Home
Contatti
Han' gul
Link

 
> Schedario
> Registi
> Interviste
> Saggi
> Incontri
> Bibliografia
> Speciali
 
 

Cinemacoreano.it - Candidato all'Italian Web Awards 2004

> Saggi > Perché il cinema è partito...

Perché il cinema è partito per l'oriente
di Gianluca Gibilaro

Si è da poco concluso a Udine il quarto Far East Film, rassegna dedicata al cinema popolare dell'estremo oriente, e l'occasione è propizia per alcune considerazioni non solo sul buono stato di salute della cinematografia coreana, ma anche sulle ragioni di questa vitalità.
Dal punto di vista dell'industria il 2001 è stato un anno straordinario per il cinema coreano, all'insegna della varietà dell'offerta: dai film a grosso budget (Friend, Musa) ai lavori dei giovani indipendenti (Tears), dal noir alla commedia, passando per il melodramma. Friend ha surclassato il successo, pure di notevoli proporzioni, di JSA, My Sassy Girl e Kick the Moon hanno superato tutti i concorrenti, blockbuster hollywoodiani compresi, nella stagione estiva e a fine anno, per trovare nella classifica annuale degli incassi un film straniero, bisogna scendere fino al sesto posto. Con una quota di mercato del 49%, il cinema nazionale coreano batte l'industria a stelle e strisce, che si ferma al 47%. E anche all'estero il cinema coreano miete i primi successi: Hong Kong e Giappone importano sempre più spesso film coreani, una cosa impensabile fino a pochissimi anni fa.
Ma il dato che con maggiore forza ci sembra di poter registrare è che il fascino del cinema coreano e delle cinematografie dell'estremo oriente resiste anche in Europa. Anzi, cresce di anno in anno.
Indubbiamente l'esotismo ha una parte di rilievo in quella che in alcuni casi è una acritica esaltazione del cinema che viene da lontano. E le ragioni della folta presenza di pubblico a Udine si può spiegare anche con la suggestione, per qualcuno forse irresistibile, di rispondere alla domanda "Cosa fai stasera" con "Vado al cinema a vedere un melodramma coreano". Ma non è soltanto il fascino discreto di un cinema estraneo alla nostra cultura ad attrarre centinaia di spettatori alle proiezioni del Far East Film.
La fascinazione per l'oriente non è un fenomeno nuovo nella cultura e nell'arte occidentale: la necessità di superare le forme tradizionali della cultura europea attingendo alle esperienze di civiltà lontane è un dato costante nella ricerca figurativa del XIX e del XX secolo, a partire dal giapponismo di Toulouse-Lautrec (che fu fra i primi occidentali a praticare l'arte calligrafica e il disegno a china sullo stile giapponese) per arrivare alla sintesi linare di Klee, fortemente debitrice nei confronti dell'arte tribale, passando per le suggestioni africane nella pittura di Picasso. E senza risalire alla "moda della Cina" tardo barocca, bisognerà riconoscere che sugli occidentali e sugli europei in particolare l'estremo oriente ha sempre esercitato con forza la sua attrazione: nella moda, nello sport, nell'arredamento, nel cibo…
Ma riconoscere che questa fascinazione per l'oriente ha radici profonde nella cultura, nell'arte e nei costumi non è sufficiente a dar conto del fascino che il cinema dell'estremo oriente esercita oggi sui suoi spettatori. C'è qualcosa di più, qualcosa che attiene alla natura più intima di questo cinema, almeno nelle sue forme più popolari. E si tratta della fiducia nei dispositivi cinematografici di produzione del senso che in questo cinema si percepisce. Detta in altri termini, nella capacità di questi di ricreare l'incanto del cinema. E, per converso, occorrerà individuare nel dis-incanto e nella sfiducia nel cinema le ragioni dell'inconsistenza di molto cinema occidentale di consumo.
(Mi siano concesse due brevi parentesi. Uno: il disincanto, il riconoscimento dell'usura dei meccanismi tradizionali della narrazione e della produzione del senso, coniugata alla spinta a costruire nuove modalità di racconto, può anche generare un capolavoro come Mulholland Drive: ma qui stiamo parlando di cinema di consumo. Due: l'opposizione cinema di consumo/cinema d'arte è imprecisa e generica, e viene utilizzata qui solo per necessità di semplificazione).
La sincera fiducia nell'efficacia comunicativa di un raccordo di montaggio, di una battuta di dialogo, di un commento musicale, il totale assegnamento che questi registi fanno sui dispositivi cinematografici sono quasi commoventi. E inevitabilmente affascinanti.
Che sia a oriente l'ultimo baluardo contro l'invasione di blockbuster asfittici, soffocati dall'ansia di "fare grande, rumoroso e spettacolare", dunque, non stupisce. Stupisce semmai l'ottusità con cui l'industria statunitense guarda al fenomeno, acquistando ad esempio i diritti del successo sudcoreano My Wife Was a Gangster non per distribuirlo nelle sale, ma per farne un remake. Senza rendersi conto che non sono i soggetti ad attrarre il pubblico, ma qualcosa di più sottile e di più evidente al tempo stesso: il modo di intendere e di fare cinema.

top

   

 

 

Home
Contatti
Han' gul
Link
Statistiche

© L’utilizzo dei materiali contenuti in questo sito è soggetto alle norme vigenti sul diritto d’autore.
Per maggiori informazioni clicca qui
a cura di