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Un'introduzione al cinema coreano
di Peter Rist*

Per il secondo anno di seguito, il Festival des Films du Monde di Montreal accende i riflettori su un paese nel quale il cinema rappresenta il cuore della cultura nazionale. Susan Sontag ha recentemente affermato che il cinema è morto perché è morta la cinefilia. Evidentemente non ha mai visitato l'Iran (cui è stata dedicata la rassegna lo scorso anno) o la Corea. Basterebbe vedere l'inizio di Salam Cinema! di Mohsen Makmalbaf, nel quale migliaia di persone fanno la fila per il casting di un film inesistente, per rendersi conto che gli iraniani hanno una folle passione per il cinema. E, da tutti i punti di vista, la stessa cosa accade nella Repubblica di Corea (comunemente nota come Corea del Sud). Per la prima edizione del Pusan International Film Festival nel 1996, quasi tutte le proiezioni hanno fatto registrare il tutto esaurito (Pusan è la seconda città della corea del Sud per numero di abitanti dopo Seul). Stando a quanto dice il critico cinematografico e filmmaker Lee Mi-jeong, i giovani erano a tal punto entusiasti per l'atmosfera del Festival che alcuni di loro hanno persino rincorso il critico inglese Tony Rayns per la strada chiedendogli un autografo! Ora, Rayns è quasi per certo il maggiore esperto non coreano di cinema coreano, ma provate a immaginare a Montreal una situazione del genere, con un gruppo di persone diverso dai pochi addetti ai lavori, professori universitari o studenti che, ben lungi dal chiedergli una autografo, a stento sanno che faccia abbia il tal critico, e avrete una vaga idea di quanto cinefili siano i coreani. Esistono numerose riviste di cinema, fra le quali il mensile "Kino", che regolarmente supera le duecento pagine e nel quale si possono trovare informazioni sul cinema coreano (naturalmente) e notizie sul cinema di tutto il mondo, ma anche dotti interventi e attente analisi testuali. L'immagine che viene alla mente è quella della Parigi degli anni '60, forse un po' più in grande. Dopo un relativo calo di attenzione nei confronti del cinema coreano seguito all'improvviso successo di pellicole hollywoodiane, la produzione locale sta ora sperimentando un successo critico e commerciale senza precedenti. The Gingko Bed (Jacky Kang, 1996) recentemente ha segnato il maggiore incasso di sempre per un film coreano, con 3,5 millioni di dollari. La rassegna dedicata al cinema coreano all'edizione del 1998 del Festival des Films du Monde arriva subito dopo una prima rassegna al Festival di Berlino di quest'anno e dopo la prima retrospettiva svoltasi in Canada nel 1997, "Three Korean Master Filmmakers: Shin Sang-ok, Yu Hyun-mok, Im Kwon-taek".
Storicamente, il cinema coreano è stato virtualmente invisibile al resto del mondo e, con qualche eccezione, al suo stesso popolo. Secondo Adriano Aprà, solo tre film realizzati in Corea prima del 1946 sono sopravvissuti, e tutti e tre sono, in senso stretto, film giapponesi, essendo stati realizzati durante la seconda guerra mondiale dalle forze di occupazione . Effettivamente, nulla è sopravvissuto del periodo fra il 1926 e il 1935, un periodo conosciuto come "l'età dell'oro del cinema muto" . Nel novero dei capolavori perduti va inserito anche Arirang (1926) direto da Na Un-gyu, che Lee Young-il dedinisce "il primo film nazionalistico" . Na aveva solo 24 anni quando ha realizzato questo film, il suo primo, e in precedenza era stato in carcere per due anni a causa del suo radicalismo e del suo coinvolgimento con il movimento indipendentista coreano. In Arirang, Na trova il modo di attaccare l'oppressione Giapponese in maniera velata, mettendo in scena la vicenda di uno studente che uccide un proprietario terriero che aveva cercato di violentare la sorella del giovane. Na evita la censura delle autorità giapponesi facendo del suo giovane "eroe" un malato di mente e usando una metafora - il brutale oppressore non è giapponese. Arirang influenzò molto gli altri registi coreani, ed è stato oggetto di numerosi remake.
Certamente, troviamo nel cinema coreano di questa fase "sperimentale" un primo esempio di un cinema sottilmente politico, che prefigura un cinema che sarebbe nato negli anni '50 nell'europa dell'Est (soprattutto in Polonia e Ungheria), dove ai registi non era concesso criticare apertamente i loro governi o quello dell'Unione Sovietica, ed erano costretti a farlo per allusioni. Quindi purtroppo non solo i primi venticinque anni di storia del cinema coreano sono completamente persi, ma per di più non conserviamo traccia di un intero movimento (Lee Mi-jeong mi ha mostrato un libro, in coreano, sulla storia del cinema coreano prima del 1946. E' difficile immaginare la frustrazione di leggere, o scrivere, un libro che racconta un periodo della storia del cinema per noi completamente perso!).
La fase successiva della storia del cinema coreano, dalla liberazione (1945) alla fine della guerra di Corea (1953), non è meglio rappresentato. Aprà scrive che sono sopravvissuti solo cinque film, nessuno dei quali realizzato durante la guerra. (il "Guinness Book of Movie Facts and Feats" di Patrick Robertson, Quarta edizione [Enfield, Middlesex: Guinness Publishing Ltd., 1991] elenca 59 film realizzati fra il 1946 e il 1949. Un numero imprecisato è stato realizzato successivamente, durante la guerra).
Personalmente ho avuto la fortuna di visionare una copia del più vecchio film coreano (e non "realizzato in Corea"), Jayu Manse (Victory of Freedom di Choe In-gyu, 1946), ma era in condizioni tanto cattive da essere presssoché inintellegibile. Come il titolo suggerisce, si tratta del primo esempio di quello che Lee Young-Il chiama "liberation film", e si tratta di un film comprensibilmente anti-giapponese, ragion per cui, in apparenza, fu molto popolare con Chang Kai-shek. Della produzione del 1954, il primo anno dopo la fine della guerra, sopravvive un solo film (furono girati in tutto 8 film quell'anno), mentre per gli anni successivi le pellicole conservate crescono a sufficienza per poter essere analizzate . Lee chiama il periodo dal 1955 al 1960 il "periodo del revival": la produzione cresce rapidamente dai quindici film del 1955 ai 108 del 1960 . La maggior parte dei film prodotti in questi anni sono melodrammi. Il primo grande successo popolare di questi anni è Chunhyang jon (The Story of Chunhyang, 1955), un remake di un film del 1935 basato su una novella della dinastia Yi che racconta le vicende di una moglie che cerca di rimanere fedele nonostante venga rapita (e torturata) da un governatore di fresca nomina. Il secondo, Jayu Buin (A Free Woman), che è stato proiettato a Montreal, è poco interessante dal punto di vista stilistico. In effetti il film appare oggi estremamente reazionario nella sua rappresentazione della donna come succube dei modelli consumistici occidentali, mentre gli uomini appaiono come gli arbitri della lealtà e della morale tradizionale (e quindi buona). Nondimeno, A Free Woman è piuttosto esplicito nelle scene di sesso (relativamente agli altri film asiatici dell'epoca) mostrando baci, fondoschiena pizzicati durante le danze e una coppia che si lascia cadere su un letto.
Con tutta evidenza gli anni Sessanta sono il primo decennio significativo della produzione sonora in Corea, e il periodo "classico" della sua industria. La legge coreana sul cinema, che entra in vigore il 20 gennaio 1962, fissa a quindici il tetto massimo di film che possono essere prodotti da ogni casa di produzione, e stabilisce che debbano avere intento esplicitamente commerciale. Il modello produttivo slitta da una modalità artigianale a quella industriale sul modello dello studio system, e il numeo delle case di produzione crolla da 71 a 16. Numerosi nuovi generi si affacciano alla ricerca del loro pubblico: "drammi a sfondo criminale", una varietà di film di guerra, film di spionaggio e film per ragazzi - mentre i melodrammi hanno tendenza a trovare consensi nella classe lavoratrice (piuttosto che nella classe media) e le commedie ad essere apprezzate da un vasto pubblico (e forse con una sensibilità più grossolana) . Ma bastò pochissimo perché la legge determinasse l'abbandono del realismo nella pratica cinematografica, dal momento che i registi erano spinti dal "sistema di premi governativi per i film di qualità" a basarsi su fonti letterarie, soprattutto nella seconda metà del decennio . Sono convinto, tuttavia, che alcuni registi di punta abbiano proseguito un percorso "autoriale" nel corso del decennio.
Nelle poche pubblicazioni che sono state tradotte dal coreano sui primi cinquant'anni del cinema coreano, si ritrova un dibattito sullo "stile", e l'oprera di almeno tre registi come Shin Sang-ok, Yu Hyun-mok e Kim Su-yong è molto interessante proprio dal punto di vista dello stile, e per ogni film si manifestano punti di riferimento visivi differenti. Si potrebbe osservare che tutti e tre dal punto di vista stilistico sono profondamente debitori nei confronti del cinema giapponese e non c'è dubbio che moltissimi critici cinematografici coreani considerino il loro cinema di questi anni dominato dall'estetica nipponica, ma non sono certo che sia vero anche nel caso di questi tre registi. Da un punto di vista tematico, questi tre registi manifestano una spiccata tendenza al pessimismo e ad aderire a quella che Lee definisce una caratteristica del cinema coreano, ossia una tendenza a mettere in opera "l'istinto nazionale a riprendersi da situazioni avverse e ad esprimere emozioni profondamente umane con profondità e forza". La tendenza, che si riscontra in tutti e tre, a seguire il secondo precetto può certo essere considerata una inclinazione al melodramma, ma personalmente sono propenso a considerarlo piuttosto come una tendenza spiccatamente coreana (piuttosto che giapponese) ad essere diretti dal punto di vista emotivo.
In effetti, Shin è estremamente sapiente nel'impiego del primo piano, non solo sui volti, ma anche sulle gambe, i piedi e le mani. In altre parole, gira in modo "sensuale" e con grande abilità nel combinare movimenti di macchina e montaggio per coinvolgere i suoi spettatori nella vita fisica dei suoi personaggi. La sua padronanza nell'uso del colore è straordinaria, e la sua capacità di collocare personaggi in costume in un paesaggio naturale è paragonabile sono a quella di King Hu, e in drammi storici come KK'um (The Dream, 1967) e Naesi (Eunuch, 1968) il suo lavoro con il colore sui costuni tipici coreani anticipa quello di Im Kwon-Taek. In Yijoyoin Chanaeska (Women of the Chosun Dynasty, 1969), passa dal colore al bianco e nero nei momenti più lugubri del primo episodio dei tre che compongono il film: una giovane donna è fidanzata con un ragazzo molto più giovane di lei che muore, ma lei deve sposarlo in ogni caso! In KK'um, il film di Shin che personalmente preferisco, modella un incredibilmente avvincente opera di onirismo, che riesce ad essere di una serena bellezza in alcuni passaggi, e in altri stridente e fisica: un monaco errante sogna di fuggire con la moglie del governatore e sperimenta in questo "sogno" tutte le sensazioni del mondo fisico: questa esperienza gli permette di rifiutare il mondo e di divenrtare autenticamente buddista. Sarangbang Sonnim-Kwa Omoni (The Guest and My Mother, 1961) è generalmente considerato il capolavoro di Shin, ed è senza dubbio un lavoro molto più debole dei tre menzionati sopra. Girato in bianco e nero e in formato panoramico, ricorda i film di Ozu nei suoi interni studiati e curati e nei suoi panorami. E ancora, come in tutto il cinema di Shin, la vicenda è raccontata soggettivamente attraverso lo sguardo di un giovane donna che desidera che la madre, vedova, si risposi. L'opera di Shin Sang-ok merita senza dubbio una maggiore attenzione, sia per la padronanza dei mezzi espressivi che dimostra, sia per la forza della sua proposta autoriale, per il suo stile sensuale, anche in Corea, dove non gode della considerazione che merita, forse a causa dello scandaloso "rapimento" che ha subito per mano dei nemici-vicini della Corea del Nord.
Yu Hyun-mok, d'altro canto, è considerato il regista chiave del periodo da molti critici coreani . La sua opera è più evidentemente intellettuale di quella degli altri, ma eccezion fatta per il suo capolavoro riconosciuto, Obaltan (The Aimless Bullet, 1961), che deve aver colpito molto il pubblico con la sua aspra condanna della ricostruzione nel dopoguerra, che ha emarginato molti soggetti ai quali veniva negato un posto nella nuova organizzazione sociale, personalmente ritengo la sua produzione un po' di maniera, e discontinua, e in ultima istanza molto più significativa da un punto di vista tematico che stilistico. Anche Obaltan è sfacciatamente un calco sul modello del neorealismo italiano, e ha momenti di recitazione amatoriale, anche se è riscattato da alcune scene autenticamente commoventi: un inseguimento attraverso paesaggi urbani straordinariamente cinematografici e la straziante, lenta morte del protagonista; un contabile alienato, che soffre di mal di denti per tutto il film, che chieda a un tassista di portarlo in giro di notte (è il "proiettile vagante") dopo che sua moglie è morta di parto (fra altri terribili digrazie).
Spiccano anche, fra le opere che sono state presentate a Montreal, due film diretti da Kim Su-yong negli anni Sessanta, Gaet Ma-Ul (The Sea Village, 1965), e Sanbul (Fire in the Mountain). L'intenzione del regista era probabilmente quella di portare lo spettatore a una identificazione con la difficile situazione dei personaggi femminili in entrambi i film, ma soprattutto in Gaet Ma-Ul, che mostra la solidarietà fra donne che hanno il comune destino di rimanere vedove quando i loro mariti, di professione pescatori, muoiono in mare. Ma entrambi rappresentano la relazione sessuale in maniera problematica, (con donne violentate che si innamorano dei loro violentatori). In ogni caso, in entrambi i film si nota un uso straordinario del paesaggio naturale. Se ci si attiene a questi due film, sembra di poter affermare che Kim Su-yong è stato il primo regista coreano a lavorare tenendo ben presente la tradizione della pittura paesaggista asiatica. Entrambi i film sono girati in formato panoramico e in bianco e nero, e sfruttano le potenzialità di questo formato con lunghe inquadrature e frequenti campi lunghi. Persino più fisici dei drammi storici di Shin, i lavori di ambientazione contemporanea di Kim Su-yong hanno una forte presa emotiva, anche contro la volontà dello spettatore.
Nel lavoro di questi tre registi coreani che hanno realizzato i loro lavori migliori negli anni Sessanta, ritroviamo lo sviuluppo di un'arte nel periodo del passaggio da una dimensione artigianale che privilegia un approccio realistico a un'organizzazione industriale orientata all'intrattenimento. La particolare condizione del cinema coreano di questi anni - la costante aspirazione a produrre film d'arte locali comicia a riscuotere un consenso popolare senza precedenti - favorisce una particolare fase "classica" dello stile cinematografico coreano, finora del tutto trascurata in Nord America. Il cinema coreano declina negli anni Settanta e la sua riscoperta negli anni Ottanta permette finalmente una qualche visibilità dei prodoti coreani in Occidente. Adada di Im Kwon-Taek (1987) è il primo film coreano che personalmente ho potuto vedere, al Montreal's World Film Festival nell'agosto del 1988. Prima che David Overby organizzasse la splendida retrospettiva dedicata ai film dell'Asia orientale al Toronto's Festival of Festivals, solo un pugno di film coreani era stata proiettata in Canada (Overby ha proiettato non meno di otto film della Repubblica di Corea nella sezione "Eastern Horizons"). Ma, senza alcuna copertura del cinema coreano in inglese, niente mi lasciava sospettare che Adada fosse un'opera così interessante dal punto di vista tematico, stilistico, e narrativo.
Dramma storico su una donna sordomuta di nobili natali, Adada riflette la posizione marginale della donna nella società tradizionale coreana, ma si fa anche allegoria della sottomissione della donna nella società contemporanea (e forse a causa della storica colonizzazione della Corea). La straordinaria prova d'attrice di Shin Hye-soo nel ruolo della protagonista le valse il premio come miglior attrice al World Film Festival, e la sua apparizione con un abito tradizionale a vita alta (che indossa anche nel film) ha aiutato ad avvicinare il pubblico di Montreal alla cultura coreana. E' molto difficile assistere alla morte del suo personaggio - il marito la maltratta, poi la abbandona per seguire una prostituta, conducendola al suicidio - ma i colori vivaci di Adada rapiscono iniseme allo splendore dei paesaggi naturali, che fanno da contrappunto alla miseria dell'esistenza della protagonista. Simile nell'approccio ai film al fmminile diretti da Kenji Mizoguchi negli anni Cinquanta, il lavoro di Im ha un andamento più vivace e dinamico, dimostrando che che se il cinema coreano era stato debitore nei confronti del cinema giapponese classico, negli anni Ottanta stava trovando la sua strada. La successiva occasione che ho avuto di vedere film coreani è stata al Toronto film festival, solo qualche settimana più tardi, ed ha confermato questa ipotesi. Ho potuto vedere A Man with Three Coffins (1987) di Lee Chang-ho, una strana storia di sciamanesimo, messa in scena con un affascinante e articolata struttura narrativa.
Mi fu chiaro, da queste due proiezioni, che il cinema coreano era stato ingiustamente trascurato dalla critica occidentale, e dop questi due film ho cercato di vedere film coreani ogni volta che ne avevo la possibilità. Piccole retrospettive sono state presentate al Conservatory of Cinematographic Art della Concordia University nel maggio 1990 e nel novembre 1993, e un numero maggiore (una selezione delle pellicole presentate nella retrospettiva svoltasi a Parigi al Centre Georges Pompidou) è stata presentata nel luglio-agosto del 1994 (tutte e tre queste iniziative sono state sostenute dalla KMPPC e dall'ambasciata coreana di Ottawa). Alcuni film sono stati presentati all'altro grande festival di Montreal, il Festival International du Nouveau Cinéma et de la Vidéo, ma solo al World Film Festival, dove la partecipazione coreana è regolare, un pubblico ragionevolmente ampio ha potuto vedere i nuovi film coreani. Attualmentente tredici film di Im Kwon-taek sono stati proposti almeno una volta a Montreal, molti di più di qualsiasi altro regista coreano. Naturalmente, nel corso degli anni Ottanta Im è stato il più importante regista coreano e probabilmente il più prolifico, stando a una pubblicazione uscita in occasione del primo Pusan International Film Festival: Im ha diretto sedici film nel corso del decennio. Gilsodom (1985) è un buon esempio della capacità del regista di affrontare quelli che erano stati dei veri e propri tabù dal punto di vista politico (una possibilità che forse ha avuto in quanto "grande" regista). Daughter of the Flames (1983), indaga la religione e presenta una traiettoria di ritorno verso il passato e il profondo sud del paese, proponendo lo sciamanesimo come un elemento essenziale della cultura nazionale, e mettendo in discussione la posizione di forza del cristianesimo. Tutti e tre questi film sono stati filmati da quel grande operatore che è Chong il-Song e Flames, così come Adada, è un film di una straordinaria qualità visiva, in particolare nell'uso che fa Chong del formato panoramico nella ripresa delle cerimonie sciamaniche. Sopyonje, anch'esso ripreso da Chong, è uno dei lavori più austeri di Im, e come Flames si avvale di una notevole colonna sonora.
Forse prendendo il recente cinema taiwanese di Hou Hsiao-hsien ad ispirazione, Chong e Im modellano una bella meditazione audiovisiva sul pansori, la forma tradizionale di racconto musicale coreano. Le lunghe inquadrature permettono allo spettatore di assistere senza soluzione di continuità alla narrazione musicale, mentre la scelta del regista di filmare i personaggi per lo più in campo lungo permette di cogliere il rapporto fra la figura e il paesaggio. Sopyonje è uno dei più riusciti film di Im Kwon-taek. Seguendo la nuova direzione di Im Kwon-taek e Lee Chang-ho, alcuni critici hanno definito il periodo di ripresa negli ultimi anni Ottanta "Korean New Wave".
I due registi chiave di questa rinascita sono Jang Sun-Woo (nato nel 1952) e Park Kwang-Su (nato nel 1955). Il film che ha rivelato Jang, Songgong Sidae (The Age of Success, 1987, noto anche come A Taste of Heaven) mostra una certa propensione ai toni leggeri della commedia e della satira, mentre il primo film di Park, Chil-Su and Man-Su (1988) ha un tono molto più serio nella sua critica sociale. E' però interessante notare come entrambi i film si concludano con un suicidio virtuale.
Sono stati pubblicati recentemente due libri in inglese sulla Korean New Wave: Seoul Stirring, scritto da Rayns a presentazione di una retrospettiva all'ICA di Londra e Korean New Wave, pubblicato dal 1st Pusan International Film Festival . E la "nuova ondata" non si è ancora esaurita, se è vero che molti nuovi registi emergono dalla cinefilia degli anni Novanta.
Fra gli esordi più significativi ci sono sicuramente quello di Lee Jae-yong, il cortometraggio di Byun Hyuk sulla teledipendenza dal titolo Homo Videocus (1991), il road movie tragicomico di Yeo Kyun-dong Sae Sang Bakuro (Out of the World, 1994), e poi A Hot Roof di Lee Min-yong (1996), che racconta la vicenda di un gruppo di donne che si associano per combattere la violenza maschile, Sechinku (Three Friends, 1996), uno scorcio surreale della vita di tre giovani perdenti diretto da una donna, Yim Soon-rye.
Forse i migliori esordienti sono stati in questi ultimi anni Hong Sang-soo con The Day a Pig Fell into the Well (1996) e Byung Yong-joo con il suo documentario sulle "comfort women" coreane al seguito delle truppe giapponesi durante la seconda guera mondiale, The Murmuring (1995) Malauguratamente, non ho avuto la possibilità di vedere questi film, ma al 22° Hong Kong International Film Festival svoltosi nell'aprile di quest'anno ho avuto la possibilità di vedere due film coreani di grande interesse, entrambi opera prima: Motel Cactus (Park Ki-Yong, 1997) e Chorok Mulgoki (Green Fish, Lee Chang-Dong, 1997).
Molto è dovuto al fatto che il direttore della fotografia che ha lavorato a lungo con Wong Kar-wai, Christopher Doyle, ha lavorato in Motel Cactus e il risultato del suo lavoro è straordinario. La gran parte dell'approvazione che il film ha ottenuto al Festival, infatti, sembra che sia dovuta proprio al contributo di Doyle, benché il film abbia una confezione e un'aura completamente diversa dai precedenti lavori di Doyle a Hong Kong, con composizioni sensuali che impiegano oggetti in primo piano come dispositivi volti a nascondere e a frammentare lo spazio e con un'andatura languida anziché rapida. Il pessimismo romantico di fondo, tuttavia, imparenta Motel Cactus al lavoro di Wong Kar-wai.
In precedenza Park Ki-Yong era stato un produttore di successo (con, ad esempio, To the Starry Island di Park Kwang-Su) e, come co-sceneggiatore di Motel Cactus ha raccontato attraverso la vicenda di quattro coppie i diversi momenti della relazione (dal desiderio d'amore al tentativo di riconciliazione passando per una relazione che inizia e una che finisce) nella stessa stanza d'albergo. Il film è una sfida al pubblico a ricomporre i frammenti narrativi di cui il film si compone e a riconoscere la continuità dello spazio. Nella veemente disperazione dei suoi personaggi, Motel Cactus ha uno spiccato sapore coreano, mentre Green Fish è niente meno che il film coreano contemporaneo definitivo, e, probabilmente, la più disturbante (e forse anche la più veritiera) rappresentazione cinematografica del mondo dei gangster.
Prima di esordire come regista, Lee Chang-Dong ha lavorato come sceneggiatore (anche per Park Kwang-Su) e questa esperienza si vede nell'accurata costruzione dei personaggi e della trama di Green Fish.
Tornando a casa dal servizio militare, Makdoong incontra una giovane donna, Mieh, che gli trova un lavoro, facendolo assoldare dal suo fidanzato gangster. Come il personaggio di Charles Aznavour in Tirez sur le pianiste di François Truffaut, Makdoong non riesce a sfuggire alla rete di crimini che lo avvolge, ma, a differenza del predecessore francese, il realismo di Green Fish lavora contro e gioca con i topoi del genere, e Makdoong perde la vita in una sequenza senza alcun alleggerimento comico (mentre la sua famiglia, inconsapevole di tutto, prospera). L'improvvisa, brutale esplosione della violenza che pervade Green Fish e aumenta la sua veridicità allo stesso tempo richiama i primi, grandi film coreani e sottolinea un problema sociale della Corea.
Il modo diretto in cui sono rappresentate le emozioni in entrambi i film sottolinea le differenze fra il cinema coreano e altre cinematografie dell'estremo oriente del passato, e l'indifferenza con la quale gli uomini abusano del loro potere, soprattutto in Green Fish, ci ricorda come il popolo coreano abbia dovuto resistere all'oppressione coloniale e ad altre forme di castrante dominazione per secoli.
La promessa di altre sorprese cinematografiche coreane fatta a questa edizione del Festival des Films du Monde sembra facile da mantenere.
Con la speranza che il pubblico di Montral e i critici cinematografici canadesi rispondano finalmente al cinema coreano e accorrano numerosi alle proiezioni, iniziando a riconoscere il valore di questa cinematografia come hanno fatto Tony Rayns in Inghilterra e Adriano Aprà in Italia.

PS: Questo saggio è apparso in traduzione francese (a cura di Elie Castiel) in Séquences n. 198, sett-ott, 1998

* Pubblicato per gentile concessione dell'autore

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