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Im Kwon-taek: un ritratto
di Gianluca Gibilaro

Una delle peculiarità della cultura coreana sembra essere la perenne dialettica fra tradizione e modernità, che si declina sul versante geo-politico in un contrasto oriente/occidente e città/campagna.
Lo dimostra il successo di un film come The Way Home di Lee Jeong-hyang, nel quale la piccola storia di un ragazzino di città e di sua nonna contadina riesce a farsi specchio di un paese che vive con malessere l’occidentalizzazione (globalizzazione-americanizzazione) delle sue città, che mal digerisce la frattura che ormai non può fare a meno di riconoscere fra i giovani e gli anziani, un paese insomma che non riesce a mandar giù come un bicchiere d’acqua fresca la colonizzazione nordamericana. The Way Home propone un’ipotesi, una strada, una possibilità di ricomposizione di questa frattura che nasce dalla constatazione del fallimento del modello urbano (la madre lascia il piccolo alla nonna perché non è in grado di tenerlo con sé a causa di una serie di disavventure economiche e sentimentali) e dal riconoscimento della superficialità di questo modello, nonché della sua sostanziale incongruità con quanto di sostanziale c’è nei valori fondanti della tradizione culturale nazionale.
Una tradizione alla quale il cinema di Im Kwon-taek ha guardato, almeno a partire dagli anni Settanta, come a un faro: non stupisce, allora, che Im sia considerato la coscienza artistica nazionale del cinema coreano, che la sua opera rappresenti, traducendo a spanne il titolo di una recente monografia dedicata al regista, “la costruzione di un cinema nazionale coreano”, che il cinema di Im presenti insomma una costante tensione verso le radici, che rappresenti una ostinata difesa della cultura nazionale, dominata dalla cultura giapponese prima e da quella americana poi.
Nato nel 1936 a Jang-sung, nella provincia di Kwangju da una modesta famiglia contadina, Im si trasferisce a Seul nel 1956. Qui diventa assistente di produzione di Chung Chang-hwa, che lo segnalerà agli studi di produzione. L'esordio dietro la macchina da presa avviene quasi per caso, in un contesto nel quale il cinema, forma di intrattenimento popolare e senza concorrenti, ha una gran fame di registi: Im gira undici film in tre anni, con soggetti imposti dalla produzione. Sono film di guerra, melodrammi, film d'azione, film storici di imitazione hollywoodiana girati in poco più di venti giorni.
Solo alla fine degli anni Sessanta, Im inizia quella riflessione sui valori tradizionali della cultura coreana e sul significato della storia nazionale che accompagnerà tutta la sua opera. Il primo tentativo in questa direzione data 1973: si tratta di The Deserted Widow (Jabcho, 1973), vagamente ispirato alla vita della madre del regista. Senza soldi e con solamente un accordo di distribuzione, Im si avventura in quella che sarà l'unica esperienza di auto produzione.
Ma, è bene sottolinearlo, si tratta dell'avvio di quella che si rivelerà una progressiva presa di coscienza del ruolo del cinema nella costruzione dell'identità nazionale e di una ricerca individuale delle radici della propria cultura ben prima e ben più che di una rottura con i meccanismi di produzione. Il film, peraltro, si rivela un fiasco, e il lavoro successivo di Im sarà di nuovo su ordinazione, commissionato dalla Korean Picture Promotion Corporation per promuovere il punto di vista sud coreano sulla guerra.
Né in questa fase né successivamente si rintracciano nella produzione di Im momenti di rottura forte con il cinema precedente, né sul piano formale né, tutto sommato, sul piano tematico. Completamente alieno da qualsiasi intenzione trasgressiva, il cinema di Im è ben lontano dalle contemporanee nouvelles vagues asiatiche. La situazione politico-sociale del paese, d'altronde, era ben particolare: per assistere a un rinnovamento tematico e formale occorrerà che si affacci alla regia una nuova generazione, quella dei nati dopo la guerra, e che maturino differenti condizioni politiche: toccherà aspettare Park Kwan-su. E allora, Im Kwon-taek sarà già diventato “il maestro”, l'intoccabile cantore delle glorie nazionali, lontanissimo dai fermenti politico-sociali e dalle istanze di rinnovamento del cinema del Collettivo Cinematografico di Seul.
E' infatti ben prima di Chilsu and Mansu (Chilsu wa Mansu, 1988) di Park Kwan-su, primo segno tangibile della nuovelle vague sud coreana, che arrivano per Im le prime vere affermazioni: con Genealogy (Chopko, 1978) prima e poi soprattutto con Mandala (Idem, 1981).
Genealogy, tratto da un romanzo giapponese ambientato negli anni Trenta durante l'occupazione nipponica della Corea, racconta la vicenda di un uomo suicida per essere stato costretto ad assumere un cognome giapponese. Una violenza inaudita, equivalente al rinnegamento del proprio padre e del proprio paese; in altre parole alla perdita della propria identità. L'importanza del cognome, trasmesso attraverso la discendenza maschile come in occidente, trova il suo fondamento nei precetti del confucianesimo per il quale il cognome rappresenta l'essenza stessa dell'individuo: senza il proprio cognome un uomo è nulla.
E' Mandala, però, il primo film che Im Kwon-taek sente “necessario” girare: Im insiste con la produzione perché acquisti i diritti del romanzo di un ex-monaco buddhista che racconta la propria vita alla ricerca del Nirvana, e dirige il film tra mille difficoltà. Dopo aver indagato con Genealogy un periodo della storia nazionale drammatico come quello dell'occupazione giapponese e aver messo l'accento sull'apporto del confucianesimo nella cultura nazionale, Im si dedica al buddhismo e al tema della ricerca della verità: un altro tratto peculiare della cultura nazionale, che affonda le sue radici nell'epoca della dinastia Koryo durante la quale il buddhismo si diffuse nel paese.
Nel 1986 è la volta di The Surrogate Mother (Sibaji), nel quale Im mette in scena la vicenda di due coniugi che, non potendo avere figli, decidono di affidare a una giovane donna il ruolo di "madre in affitto", per assicurare una discendenza alla loro famiglia. Con The Surrogate Mother Im tratteggia la condizione femminile in una società patriarcale, e mostra come il sesso e il piacere siano parte integrante dei rapporti di forza presenti all’interno del mondo e della storia: emerge qui, più che la volontà di guardare alla Corea, al suo passato e al suo presente, alla sua realtà e al suo immaginario, l'energia che Im Kwon-taek riesce ad infondere ai suoi personaggi, la vitalità che assume, come in questo caso, la forma di un desiderio tanto intenso da essere irrefrenabile.
Con Adada (Idem, 1988) Im arriva sulla ribalta dei grandi festival europei: Coppa Volpi a Venezia a Shin Hye-soo come miglior interprete femminile, Adada è un dramma storico: protagonista della vicenda ancora una donna (come era stato in The Deserted Widow e The Surrogate Mother, come sarà in Sopyonje e Chunhyang): qui una donna sordomuta di nobili natali, maltrattata e abbandonata dal marito, finirà suicida. A tema, con grande enfasi, la posizione marginale della donna nella società tradizionale coreana.
Nel 1993, con Sopyonje (Idem) Im prosegue la sua ricerca: al centro del film il Pansori, disciplina della sublimazione del dolore attraverso il canto, arte ormai dimenticata in Corea, mai formalmente proibita durante i trentasei anni di occupazione straniera, ma sistematicamente repressa. La vicenda è di impianto fortemente melodrammatico. Un uomo vive insegnando il Pansori alla figlia adottiva e il tamburo di accompagnamento al figlio: sempre in viaggio per il paese, i tre sbarcano il lunario grazie alla musica. Ma quando il fratello decide di separarsi dal gruppo, la sorella decide di non cantare più e il padre la acceca. Il canto della donna raggiungerà il sublime quando, anni dopo, ritroverà il fratello.
Se Berlino, nel 1982, aveva scoperto Mandala e più tardi Venezia aveva proposto Adada e Sopyonje, nel 2001 tocca a Cannes accorgersi del cinema di Im Kwon-taek: Chunhyang (Idem, 2000) viene presentato in concorso.
Basato su uno dei più celebri racconti della letteratura coreana (una sorta di Romeo e Giulietta d'oriente) e ambientato alla fine del XVIII secolo sotto la dinastia Chosun, Chunhyang rappresenta, oltre che l'ennesima esplorazione della tradizione nazionale, anche un omaggio alla storia del cinema coreano, nel quale la vicenda di Chunhyang, figlia di una prostituta amata dal figlio del governatore che la deve abbandonare in nome della ragion di stato, è stata al centro di numerosi film, a partire da Chunhyang jon di Yun Baek-nam del 1923 (perduto, come d'altronde la quasi totalità della produzione antecedente la guerra di Corea), che le cronache attestano come primo film muto di produzione coreana.
Ma è il 2002 l'anno del successo: Ebbro di donne e di pittura (Chihwaseon, 2002) si aggiudica sulla Croisette il premio alla miglior regia e trova, incredibile a dirsi, qualcuno disposto anche in Italia a ad assumersi il rischio di distribuirlo nelle sale.

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