PIFF 2003: Un successo
inattaccabile di Davide Cazzaro
Molti osservatori vedevano nell’ottava
edizione del Festival Internazionale di Pusan uno dei più
importanti banchi di prova nell’intera storia della manifestazione.
Forte di un successo finora intaccabile e dell’onore (ma anche
dell’onere) di rappresentare l’evento cinematografico più
importante dell’intero continente asiatico, il PIFF aveva
deciso di (ri)mettersi in discussione spostando coordinate
spaziali e temporali in un’unica edizione.
Diciamo subito che le scommesse sono state vinte sotto quasi
tutti i fronti perché pur non avendo sfondato il tetto delle
170.000 presenze – quest’anno le cifre si sono attestate attorno
alle 165.000 persone, poco meno dell’anno scorso – è da osservare
che lo spostamento da metà Novembre ad inizio Ottobre è stato
accolto con grande favore. Ottobre infatti è uno dei mesi
migliori per visitare la Corea e nella portuale Pusan l’azione
mitigatrice del mare regala una temperatura mite e pressoché
costante lungo tutto l’arco delle ventiquattrore. Tali condizioni
climatiche inoltre hanno permesso il ripristino della tradizione
del gigantesco – sia per capienza che per dimensioni dello
schermo – teatro all’aperto situato nella suggestiva cornice
dello Yachting Center di Pusan.
Il festival ha annunciato che grazie ad un contratto con la
Megabox anche le prossime tre edizioni si terranno
ad Ottobre e, seguendo il calendario lunare, inizieranno il
primo Giovedì del mese. Ciò dimostra la volontà del PIFF di
posizionarsi non tanto alla fine del calendario annuale dei
festival – quindi in un periodo per così dire “morto” per
i delegati delle manifestazioni di prestigio – quanto di segnalarsi
come evento capace di aprire il nuovo calendario annuale.
Lo spostamento verso la zona di Haeundae (il cui cuore è costituito
dalla splendida spiaggia) invece ha avuto risultati contrastanti:
la polarizzazione di (quasi) tutta la vita del festival –
sale cinematografiche, teatro all’aperto, cineteca, sede del
PPP e del BIFCOM, press room, video room, food hall, alberghi
– in quest’area della città ha reso indubbiamente più agevole
la frequentazione diurna (cinema, conferenze, interviste ecc.)
e notturna (cene, ricevimenti, feste ecc.) del festival.
La capienza limitata delle 10 sale del Megabox ha però
fatto rimpiangere i grandi cinema della zona centrale di Nampo-dong
e hanno creato, soprattutto tra gli ospiti e gli addetti ai
lavori, diversi problemi di reperibilità dei biglietti. Oltre
ad essersi scusato per il disagio, l’inimitabile direttore
Kim Dong-Ho ha annunciato che in occasione della prossima
edizione verranno organizzate proiezioni speciali per la stampa
e l’industry e ha sottolineato che la logistica del festival
sta inevitabilmente vivendo un momento di transizione cui
porrà termine la costruzione – recentemente confermata dallo
stesso presidente sud-coreano – del Pusan Audiovisual Media
Center capace di ospitare una sala cinematografica di
ampie dimensioni, due sale più piccole, una videoteca e una
cineteca.
I tempi di completamento del progetto sembrano aggirarsi attorno
al 2007 (quindi verso la dodicesima edizione del festival),
per quanto concerne il luogo invece la diatriba è più che
mai accesa tra l’amministrazione di Nampo-dong, che non vuole
perdere definitivamente la manifestazione, e quella di Haeundae,
ben contenta di provvedere alla logistica di tutto il festival;
la decisione verrà presa all’inizio del 2004 anche se tutti
danno per netta favorita la zona di Haeundae.
Anche quest’anno il festival non ha mancato di segnare nuovi
record: oltre ai 242 film presentati, spiccano i 5329 ospiti
provenienti da 49 paesi, cifra che risulta ancor più sorprendente
se si pensa che alla prima edizione presero parte 224 ospiti
da 27 paesi. Grande soddisfazione degli organizzatori anche
per il Pusan Promotion Plan (PPP), che quest’anno ha
affiancato alla tradizionale vetrina di progetti di registi
asiatici affermati ed esordienti un mercato cinematografico.
L’evento ha richiamato a Pusan circa 1000 delegati di oltre
300 compagnie cinematografiche intenazionali e tra i progetti
che hanno ricevuto le maggiori attenzioni si segnalano i ritorni
dell’acclamato Hur Jin-ho con The Happiness (titolo
provvisorio) e del veterano Lee Myung-se con la coproduzione
USA/Corea The Crossing.
Per quanto riguarda i risultati dell’unica sezione competitiva
della manifestazione (New Currents), il primo premio
è stato assegnato ex aequo al film dell’attore-regista taiwanese
Lee Kang-sheng The Missing (che nel progetto iniziale
doveva formare un film in due episodi assieme a Goodbye
Dragon-Inn di Tsai Ming-liang) e all’opera del regista
iraniano Alireza Amini Tiny Snow Flakes. Grande rammarico
per l’unico film coreano in concorso The
Road Taken, trascurato dalla giuria. L’opera seconda di
Hong Ki-seon, ingegnere nucleare che negli anni ’80 è stato
tra i leader dell’attivismo cinematografico sud-coreano, arriva
dopo ben undici anni dal suo debutto e, come ha sottolineato
il delegato del festival Huh Moon Yung, ha il grande pregio
di riprendere quella tradizione del realismo nel cinema coreano
che il rinascimento dell’industria cinematografica (e le sempre
più spettacolari produzioni contemporanee) ha quasi cancellato.
Sempre per quanto riguarda il cinema sud-coreano, la selezione
del Korean Panorama è stata annoverata tra le migliori
di sempre: davvero straordinaria l’opera seconda di Gina Kim
Invisible Light,
capace di descrive con uno stile scarno e rigoroso la straziante
solitudine delle due protagoniste. Sorprendente anche il ritorno
di Kwak Kyung-taek (Mutt
Boy) che si rimette in discussione con una storia molto
naif ma non per questo prima di significati.
Come annunciato delude il pirotecnico Natural
City che, come quasi tutti i blockbuster coreani che hanno
fallito al box office, compromette quanto di buono fa vedere
sul piano visivo, visionario e registico con una storia molto
debole; apprezzato invece il nuovo lavoro di Kim Ki-duk, fallimentare
in patria ma acquistato dalla Sony per la distribuzione negli
Stati Uniti e in corsa per entrare a far parte della cinquina
dei film candidati all’Oscar come miglior film straniero.
Grande battage per il sontuoso e riuscito Untold
Scandal di E J-yong capace, al di là delle più rosee previsioni,
di segnare il record per il miglior incasso di sempre nel
primo weekend di programmazione e considerato molto appetibile
per il mercato europeo e statunitense. Grande sorpresa ha
invece suscitato The
Uninvited, scritto e diretto dall’esordiente Lee Soo-yeun
che, pur realizzando un’opera sicuramente troppo ambiziosa
e dunque non del tutto riuscita, dà grande prova di sé e si
segnala come una delle autrici più promettenti per il futuro.
Infine non resta che unirsi al coro di elogi per Memories
of Murder di Bong Joon-ho, già osannato da pubblico e
critica coreana, che debutterà in Italia nel concorso lungometraggi
del Festival di Torino.
Molto apprezzata anche l’edizione di quest’anno della Korean
Film Retrospective dedicata al man of action Chung
Chang-wha. Di grande importanza nella storia del festival,
le varie retrospettive dedicate al cinema coreano hanno dato
la possibilità alle giovani generazioni coreane di scoprire
i grandi maestri del passato e agli ospiti e delegati stranieri
di apprezzare e talvolta esportare capolavori sconosciuti
all’estero.
Ma la vera sorpresa di quest’anno è arrivata durante lo svolgimento
della manifestazione quando, con giustificabile orgoglio gli
organizzatori hanno dato la notizia che era stata concessa
la tanto attesa autorizzazione di presentare film nord-coreani
a Pusan. L’evento ha certamente tinto di storia questa edizione
in quanto, eccezion fatta per Pulgasari, film nord-coreano
prodotto nel 1985 e distribuito in Corea del Sud nel ’99,
la retrospettiva ha proiettato per la prima volta un gruppo
di sei film nord-coreani dal 1949 al 1993. Le trattative per
organizzare una rassegna di questo tipo a Pusan iniziarono
nel 1998 e, dopo infinite consultazioni, nel Novembre 2000
una piccola rappresentanza dell’istituzione cinematografica
sud-coreana (direttore del PIFF compreso) visitò Pyongyang.
All’epoca era stato deciso che i tempi non erano ancora del
tutto maturi per un’apertura ufficiale degli scambi culturali
e nel 2003, a festival iniziato è stato finalmente raggiunto
un accordo. Kim Dong-Ho si è augurato che quest’evento segni
l’inizio di un proficuo scambio culturale tra le due coree
ed ha assicurato che il PIFF farà tutto il possibile per organizzare
una vera e propria retrospettiva sul cinema nord-coreano con
annessa delegazione.
Per il momento il Festival si è impegnato ad incentivare gli
scambi con il Pyongyang International Film Festival nei quali
potrebbe rientrare anche un’iniziativa di recupero e presentazione
al pubblico di alcuni capolavori sud-coreani attualmente conservati
negli archivi cinematografici della Corea del Nord. L’arrivo
dell’autorizzazione durante lo svolgimento del festival però,
ha inevitabilmente impedito un’organizzazione ottimale dell’evento.
Il film sono stati presentati nei cinema della zona di Nampo-dong,
con nette sovrapposizioni di orari e senza sottotitoli. Le
autorità governative sud-coreane hanno inoltre rilevato che
in due delle sei opere in programma erano contenuti forti
messaggi ideologici non adatti al pubblico sud-coreano ed
hanno concesso la visione di questi film sono agli ospiti
stranieri o ai possessori di specifici pass. In generale però
va registrata l’indifferenza con cui i coreani hanno accolto
questa iniziativa, trascurando anche i film aperti a tutto
il pubblico e replicando la fredda accoglienza riservata nel
1999 a Pulgasari. L’intervento governativo e la reazione
del pubblico sembrano indicare che in Corea la red scare
non appartiene ancora alla storia e in generale che i sud-coreani
non sembrano molto curiosi di sapere cosa si produce a nord
del 38° parallelo.
Nell’archiviare questa edizione va osservato che il PIFF ha
dato ancora una volta segni di un indefesso stato di salute
e ha raccolto le numerose sfide che lo attendono nel prossimo
futuro. Mantenere una posizione così prestigiosa in un continente
in grande fermento non sarà certo impresa facile – recentemente
il Festival Internazionale di Bangkok ha lanciato la sfida
a Pusan e non ha nascosto l’obbiettivo di voler scavalcare
la manifestazione sud-coreana – ma gli organizzatori si sono
già dichiarati contrari ad un’ipotetica corsa al gigantismo
che potrebbe compromettere quanto di buono fatto finora. Chi
scrive spera profondamente che un festival così raro e prezioso
possa continuare a risplendere per numerosi anni a venire.