Sarà
un segno? Da quando, nel 2000, Barbera "scoprì" Kim Ki-duk
e selezionò per il concorso The Isle, nella competizione
principale della Mostra c'è sempre stato un coreano: nel 2001
fu Address unknown, nel 2002 Oasis, nel 2003
A Good Lawyer's Wife. Il 2004 poi è stato l'anno del
bis: in concorso fu annunciato Low class life di Im
Kwon-taek e, a sorpresa, comparve anche Ferro 3 di
Kim Ki-duk. Anche nella scorsa edizione, venne presentato
in competizione un film coreano: Lady vendetta di Park
Chan-wook.
Quest'anno, niente. Sarà un segno? Certo, in una mostra che
da qualche anno riduce significativamente la quantità di film
programmati gli spazi diminuiscono e bisogna dire che - anche
quest'anno - la Corea trova un piccolo spazio con The City
of Violence fuori concorso nella sezione di mezzanotte.
Ma niente a che vedere con la visibilità del concorso.
Siamo dunque alla fine di un ciclo? Se prendessimo la provenienza
dei film in concorso a Venezia come segnalazione delle cinematografie
che godono di un buono stato di salute, bisognerebbe concludere
che il cinema europeo gode di una forma invidiabile e che,
in estremo oriente, il paese emergente è la Thailandia, mentre
Hong Kong torna ai vertici e il cinema giapponese si conferma
capace di sfornare prodotti di alto livello. Comunque sia,
dalla Corea niente.
E a giudicare anche da quanto visto quest'anno a Udine, a
Cannes (eccezion fatta per The Host) e da ultimo a
Locarno, non c'è molto da stare allegri.
Cresce dunque l'attesa per The City of Violence, ultima
fatica di Ryoo Seung-wan: interpretato e co-prodotto da Jeong
Du-hong, attore, ex stuntman e maestro di arti marziali (ha
coreografato le sequenze d'azione di una lunga lista di film,
tra cui Teaguki, Silmido, Musa e Resurrection
of the Little Match Girl), The City of Violence è
annunciato come una rilettura aggiornata e disincantata degli
action movie coreani (e asiatici) a cavallo fra i '60 e i
'70: le stesse fonti a cui ha attinto - per dirne uno - Tarantino
per Kill Bill.