Dopo Berlino, Venezia:
ancora Kim Ki-duk di Davide Cazzaro
Berlino,
Cannes e Venezia. I tre festival più prestigiosi del circuito
internazionale consacrano l'ascesa del cinema coreano ed uno
dei suoi autori più celebrati: Kim Ki-duk.
Due premi alla regia nello stesso anno con due film diversi.
E magari i suoi detrattori, molto numerosi sia in Corea del
Sud che all'estero, erano pronti ad affossarlo una volta per
tutte, lui, il più prolifico della sua generazione, sempre
più disinteressato al confronto con il mercato e deciso a
tirare dritto per la sua strada, a qualunque costo.
C'è chi aveva visto nella recente concentrazione di ruoli
- produttore, regista, sceneggiatore e montatore - un estremo
tentativo di arroccarsi in una torre d'avorio, in un'autorialità
da esportazione. C'è chi magari a leggere la sinossi del suo
3-iron, il ritorno al
melodramma con personaggi marginali erranti (e ancora più
silenti del solito) in un mondo cattivo e crudele dopo The
Coast Guard, Primavera,
Estate, Autunno, Inverno …e ancora Primavera e Samaritan
Girl, era pronto a scommettere: stavolta Kim Ki-duk
non ce la fa.
Poi è cominciata la storia, magicamente edificata sull'impalpabilità
del silenzio e del non detto; la macchina da presa ha cominciato
a vagare tra le pareti delle case vuote e ad accarezzare i
volti dei personaggi. Ed eccoli, ancora una volta, molti degli
elementi poetici, narrativi e figurativi che si rincorrono
lungo la sua produzione… ce la fa anche stavolta. Ce la fa
perché, e lo abbiamo già sottolineato, Kim Ki-duk è uno dei
massimi autori emersi negli ultimi anni nel cinema mondiale.
E ci terremo stretta per un bel po' l'immagine conclusiva
del film, i piedi di lei e di lui sulla bilancia. Un'immagine-quadro
che dice la voglia di un equilibrio, di un posto dove farsi
un riparo, di cercare nella realtà o nel sogno, che la saggia
didascalia finale ricorda essere entità spesso indistinguibili,
felicità e amore.
Un leone d'argento per la regia - cui si aggiungono il premio
Fipresci come miglior film in concorso, il premio Signis ed
il leoncino d'oro Agiscuola - tanto meritato quanto forse
un po' stretto, ma non ci sembra davvero opportuno proporre
sterili ripartizioni dei premi.
Da sostenitori, siamo più che contenti che buona parte del
pubblico e della critica abbia definito il film come l'unica
vera folgorazione del concorso e siamo anche sicuri che il
buon Kim Ki-duk, che durante la cerimonia di chiusura ha voluto
salutare con un profondo inchino il maestro del cinema coreano
Im Kwon-taek, sarebbe pronto a fare carte false per un altro
anno come il 2004. E noi con lui.