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Intervista a Kim Ji-seok
di Davide Cazzaro e Darcy Paquet

Kim Ji-seok è tra i fondatori del Pusan International Film Festival (PIFF) e fin dalla prima edizione lavora come selezionatore dei film asiatici (Corea del Sud esclusa). Ha assistito all'evolversi della manifestazione da idea astratta ad uno degli eventi cinematografici più prestigiosi del continente e, al contempo, ha seguito da vicino gli sviluppi delle varie cinematografie asiatiche, contribuendo anche a lanciare le carriere di registi come Jia Zhangke, Pen-ek Ratanaruang, Zhang Ming e altri. Kim ha accettato di incontrarci durante la decima edizione del festival. Un occasione per ripercorrere la storia del PIFF e per parlare di cinema asiatico.

Come è nato il Pusan International Film Festival?

Dalla metà degli anni Ottanta, Jay Jeon [selezionatore dei film extra asiatici presenti al PIFF] ed io abbiamo preso parte ad alcuni festival cinematografici internazionali e devo dire che è stato una sorta di shock culturale per me. All'epoca avevo scritto alcuni articoli a proposito di questi festival ed ero convinto che anche la Corea del Sud dovesse avere un evento cinematografico internazionale… soprattutto per due ragioni: il pubblico coreano poteva vedere solo film coreani, hollywoodiani, hongkonghesi e, pochissimi, europei… nient'altro; l'industria cinematografica coreana non sapeva né come vendere e promuovere i propri film, né come cooperare con industrie e filmmaker stranieri.
Nel 1992 siamo stati invitati alla Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro in quanto il festival aveva dedicato una retrospettiva al cinema coreano. Tra gli altri, Lee Yong-kwan, attuale vicedirettore del PIFF, Park Kwang-su, ex vicedirettore, Jay Jeon ed io siamo stati ospiti di Pesaro. Durante la nostra permanenza, abbiamo discusso l'idea di organizzare un evento internazionale in Corea del Sud. Io sono nato a Busan, vivo in questa città e sono membro della Busan Film Critics Association; nel 1994 abbiamo organizzato alcuni dibattiti a proposito dei festival internazionali, ma non siamo riusciti ad ottenere i fondi per organizzare un festival.
Nel 1995, improvvisamente, una mia conoscente a capo di una compagnia che organizzava eventi, mi ha chiamato perché alcuni responsabili del Paradise Hotel di Busan le avevano chiesto di fondare un festival internazionale. Ho subito coinvolto Lee Yong-kwan e Jay Jeon nelle discussioni che sono seguite. Abbiamo anche iniziato a pensare alla persona più idonea per dirigere il festival e ci è venuto in mente Kim Dong-ho. È stato dunque richiesto un incontro con lui, per essere precisi ci siamo incontrati nell'agosto del 1995 all'hotel Plaza di Seoul e gli abbiamo parlato di questo progetto. Kim conosce bene i festival internazionali ed ha appoggiato la nostra idea; abbiamo così potuto procedere con l'organizzazione.
Successivamente, però, ci sono stati molti problemi in quanto il Paradise Hotel aveva in mente un evento simile ai premi dell'Academy statunitense, qualcosa di molto lontano dalla nostra idea e dunque ha ritirato il sostegno promesso. Fortunatamente Kim Dong-ho era un buon amico del vicesindaco della città di Busan e dopo un incontro tra i due, il festival ha potuto contare sul supporto dell'amministrazione locale. Ma la prima edizione non è stata facile, non avevamo alcuna esperienza - mi riferisco in particolare a cose come l'ospitalità, il catalogo, i sottotitoli dei film ecc. Ad ogni modo, nel settembre 1996 si è svolta la prima edizione del PIFF. Poco prima dell'apertura c'era la speranza di raggiungere i 50.000 spettatori ma, come sapete, sono accorse a Busan più di 150.000 persone e ne siamo rimasti molto sorpresi.

Durante l'ideazione del PIFF avevate in mente un modello particolare, ad esempio qualche altro festival cinematografico?

I migliori modelli per noi sono stati i festival di Rotterdam, Vancouver e Hong Kong. C'era la necessità di ideare la miglior strategia per lo sviluppo del PIFF, dunque le nostre prime due decisioni sono state quelle di avere un evento non competitivo e di focalizzarci sul cinema asiatico. Abbiamo dunque osservato attentamente celebri festival non competitivi come i tre che ho citato prima e non, ad esempio, eventi come quello di Tokyo, che è un festival competitivo molto grande gestito da alcuni responsabili di importanti compagnie cinematografiche locali. All'epoca, il festival di Hong Kong era il miglior evento asiatico. Molto ben gestito, la programmazione era eccellente e l'ambiente in cui si svolgeva era fantastico: ottimo cibo, scorci cittadini molto suggestivi, dunque Hong Kong è stato davvero un ottimo modello per noi.
Per quanto riguarda Rotterdam, Simon Field non era direttore all'epoca ma il festival stava crescendo velocemente e, come è noto, durante la manifestazione si svolge il CineMart, mercato per i progetti cinematografici. All'inizio del PIFF, l'idea era quella di non imbarcarci nella rischiosa organizzazione di un vero e proprio mercato, dunque abbiamo preferito concentrare le nostre forze in una vetrina per i progetti, il PPP. Ricordo che Park Kwang-su aveva a lungo caldeggiato la creazione del PPP, in quanto lui aveva preso parte al CineMart e ne era rimasto colpito. Come è stato annunciato, nel 2006 il PIFF lancerà anche il suo mercato cinematografico, ma l'esito dell'operazione ci preoccupa.

Cosa ricorda della prima edizione e dei problemi che avete incontrato? La censura ha rappresentato un ostacolo?

Sì, il primo anno abbiamo avuto problemi con la censura in quanto l'organo preposto ha chiesto informazioni sulle opere che stavamo per presentare… Inoltre, quando le case di produzione o distribuzione richiedono il visto della censura devono versare una somma piuttosto ingente. Nel 1996 il PIFF ha presentato circa 160 film e dunque sarebbe stato impossibile pagare per ogni singola opera. Di conseguenza Kim Dong-ho ha illustrato al comitato censorio la situazione e il budget del festival… [siamo dunque riusciti a bypassare la censura].
Ci sono stati anche altri problemi: c'era bisogno di un'apparecchiatura per i sottotitoli, e abbiamo risolto grazie ad un mio amico giapponese che ci ha dato una mano. È stato molto complesso trovare fondi. Dall'amministrazione locale il PIFF ha ricevuto solo 200 milioni di Won [circa 190.000 dollari] e il budget totale della prima edizione era quasi dieci volte tanto, ma Kim Dong-ho è riuscito ad ottenere altre sovvenzioni. Assicurarsi gli schermi è stato un altro problema perché eravamo obbligati a noleggiare le normali sale cinematografiche e devo dire che è molto costoso. A tutt'oggi questo è uno degli aspetti più complessi nell'organizzazione del festival.

C'è un episodio della storia del festival che le è rimasto particolarmente impresso?

Il primo anno è stato quello che più mi ha colpito, ma ricorderò sempre anche un episodio accaduto nel 2000, durante la quinta edizione. Come sapete, abbiamo il teatro all'aperto con circa 5000 posti a sedere. Tra le proiezioni serali di quell'anno era in programma Dancer in the Dark di Lars Von Trier. I biglietti erano esauriti ma dalla mattina pioveva molto forte, ed eravamo preoccupati per la proiezione all'aperto. È stato dunque annunciato che era possibile ottenere il rimborso del biglietto. Prima della proiezione la pioggia si era fatta ancor più fitta e attendevamo circa 100 o 200 persone. Ricordo molto bene che durante la serata mi sono recato al teatro all'aperto ed ero scioccato: erano presenti più di 3000 persone e tutte indossavano gli impermeabili bianchi usa e getta che il festival aveva fornito… in quel momento ho capito quanto il pubblico coreano ami vedere buoni film.

Da qualche tempo il cinema asiatico sta ricevendo sempre più attenzione all'estero. Per quale motivo secondo lei il cinema asiatico è cresciuto così rapidamente?

Sono molto contento dell'attenzione che il cinema asiatico sta ricevendo. Confrontando quest'ultimo con il cinema europeo, la sua caratteristica distintiva è la diversità. A dire il vero, a causa della diversità è molto difficile cooperare tra paesi asiatici: ci sono così tante religioni, lingue e culture… Per esempio tra l'Iran e la Corea del Sud c'è ben poco in comune. Ma grazie a questa diversità, è possibile trovare molte identità culturali che vengono incluse nelle varie cinematografie nazionali. Negli ultimi dieci anni, molti paesi asiatici hanno avuto la possibilità di esplorare le rispettive identità culturali, ecco perché il cinema asiatico è cresciuto così velocemente.

Negli ultimi dieci anni, quali cinematografie hanno attirato maggiormente la sua attenzione?

Ovviamente quella coreana, quella thailandese, ma anche quelle di Taiwan e della Cina continentale. Per quanto riguarda la Thailandia, il PIFF ha presentato quasi tutte le opere prime dei registi della New Wave thailansese quali ad esempio Nonzee Nimibutr e Pen-ek Ratanaruang. Taiwan invece ha una situazione industriale davvero pessima ma talvolta rimango stupito dagli ottimi film che i cineasti riescono a fare in un ambiente così poco favorevole. Dunque rispetto molto i registi taiwanesi ed amo il loro cinema. La Cina continentale… Sapete che, in assoluto, è il paese del quale è più complicato invitare film? Ho avuto più di una frizione con il governo cinese soprattutto a causa dei film underground. Talvolta le autorità controllano le liste di film cinesi selezionati dal PIFF. L'anno scorso abbiamo avuto un serio problema a pochi giorni dall'inizio. Un rappresentante cinese di alto grado ha preso parte al festival, non era stato invitato da noi ma dalla CJ Entertainment. Prima di venire a Busan, aveva preso visione dei titoli cinesi in programma trovando sei film underground. A dieci giorni dall'apertura, il governo cinese ha mandato un fax alla CJ, e non a noi, dicendo che il PIFF doveva cancellare i film underground. Il problema era anche che Wong Kar-wai doveva aprire il festival con il suo 2046; Anche se Wong è un regista di Hong Kong, le autorità cinesi hanno una grande importanza per lui e quando è venuto a sapere di questo problema era piuttosto preoccupato… alla fine non abbiamo cancellato alcun film… ad ogni modo, stimo i cineasti underground cinesi.

A suo parere quali sono ad oggi i registi poco conosciuti che potrebbero diventare protagonisti in futuro?

Ammiro molti registi giovani ma, per il futuro, se devo scegliere alcuni nomi… Wisit Sasanatieng [Citizen Dog] dalla Thailandia, ha un gran talento, e Xie Dong [One Summer With You] dalla Cina. Sono anche rimasto impresso dai lavori di Yoon Jong-bin [The Uninvited] dalla Corea del Sud e Yamashita Nobuhiro [Linda Linda Linda] dal Giappone, il cui humour è davvero unico… ha un soprannome, il "Jim Jarmusch del Giappone". Ci sono anche molti registi iraniani; ogni anno trovo nuovi talenti dall'Iran.

Cosa potrebbe dire del cinema coreano, paragonato ad altre cinematografie asiatiche?

Il cinema coreano presenta aspetti positivi e negativi. Tra quelli positivi c'è, prima di tutto, la diversità nella produzione. Quando si parla di cinema hongkonghese o giapponese si può far riferimento ad alcuni modelli di queste cinematografie, ad esempio i film d'azione o d'arti marziali ad Hong Kong o quelli di samurai in Giappone, ma quando si parla di cinema coreano… che cos'è? In Corea del Sud non abbiamo generi ben definiti - arti marziali, samurai, commedie - dipende dal talento di ciascun regista. Penso anche che l'approccio e la mentalità dei produttori coreani sia importante per l'attuale successo, sono molto giovani e brillanti, specialmente se messi a confronto con quelli giapponesi.
Tra gli aspetti negativi, mi preoccupa molto la scomparsa d'interesse verso il cinema d'essai. Lo scorso mese, settembre 2005, la quota di mercato dei film coreani ha raggiunto circa il 70% il che significa che il pubblico locale sta guardando esclusivamente film coreani e hollywoodiani. In secondo luogo è riscontrabile un eccessivo orientamento verso produzioni commerciali. Penso che negli ultimi dieci anni i produttori siano stati molto capaci nell'individuare nuovi talenti, ma al giorno d'oggi sono semplicemente alla ricerca di registi in grado di realizzare film commerciali.

Nei prossimi dieci anni cosa prevede lei per il cinema asiatico?

Sono molto ottimista sul futuro del cinema asiatico perché, ancor oggi, ci sono così tanti paesi di cui non è stata ancora apprezzata l'identità culturale. Quando ciò succederà, penso e spero potremo vedere molti nuovi film di valore.

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