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> Interviste > Un anno di cinema in Corea

Un anno di cinema in Corea - Intervista a Darcy Paquet
di Paolo Bertolin e Davide Cazzaro

Darcy Paquet ha da anni acquisito agli occhi degli appassionati di cinema l’immagine di figura faro nella comprensione diretta della produzione cinematografica coreana. Attraverso il suo sito web Darcy’s Korean Filmpage (www.koreanfilm.org) ed il suo lavoro di reporter da Seoul per Screen International, è diventato un vero è proprio ponte tra Corea ed Occidente. Cinemacoreano.it ha colto l’occasione di intervistarlo al 5° Far East Film di Udine.

Il 2002 è stato un anno contraddittorio per l’industria cinematografica coreana. La quota di mercato per la produzione nazionale si è mantenuta su un fortissimo 44-45%, ma la produzione ha nel complesso registrato consistenti perdite dovute all’incremento dei budget e delle spese di promozione. Pensi che queste perdite potranno cronicizzarsi e portare conseguenze sulla produzione nel suo complesso?

Alcuni singoli film in realtà sono andati molto bene. Altri, al contrario delle aspettative, sono andati davvero male. Le pellicole ad alto budget sono andate inaspettatamente male, mentre le commedie a medio budget sono andate molto bene.
Quel che più mi preoccupa è che in passato le due grandi compagnie, le due major coreane, tendevano a differenziare le proprie strategie. Da un lato la CJ Entertainment era specializzata nelle produzioni ad alto budget, mentre la Cinema Service si concentrava di più sullo sfruttamento dei generi tradizionali. Oggi, il pericolo maggiore a mio avviso è la minore diversità, l’omogeneizzazione nella produzione. Sono comunque certo che l’industria stia entrando in una fase di maturità e che presto si rimetterà, tornando a realizzare profitti. Sicuramente i fiaschi dello scoro anno hanno insegnato ai produttori ad essere più cauti. Ci sono state grandi perdite, ma con più precauzione l’industria si rimetterà.

L’impressione però è quella che il cinema commerciale sia arrivato ad una sorta di saturazione. Le buone idee paiono ora venir ricilate in formule e la sperimentazione sembra essere diminuita.

Nel 1999 e nel 2000 si poteva certo riscontrare una maggiore sperimentazione. Registi e produttori cercavano innanzi tutto di fare qualcosa di nuovo rispetto al passato. Nei primi anni ’90 i film coreani non erano infatti popolari presso il pubblico locale. Una nuova generazione di registi e produttori si è quindi impegnata nell’intento di produrre film recisamente differenti dal passato.
Oggi l’impressione è che la maggior parte delle persone impegnate nell’industria cerchi di emulare, copiare il successo di alcune formule particolarmente fortunate. Si può certamente parlare di un cambiamento nelle attitudini produttive. In effetti, questa tendenze è dovuta pure ad un cambiamento nelle modalità di finanziamento dei film. I budget più alti e le perdite hanno infatti ridotto l’importanza dei produttori cinematografici, a scapito di quella dei finanziatori esterni. In anni recenti, i produttori erano coloro che più contavano, garantendo la libertà dei cineasti. Oggi, i finanziatori esterni richiedono maggiori certezze, quindi l’industria inevitabilmente limita le sperimentazioni.
Il segmento produttivo che corre i rischi maggiori è quello che si colloca nel mezzo. I film commerciali stanno andando bene e continueranno a non avere problemi. Allo stesso modo le produzioni low budget, spesso finanziate dalla Korean Film Commission (KoFiC), che spesso si rivelano interessanti film d’autore, continueranno a funzionare. Quello che mi preoccupa è la produzione di medio livello, che combina le qualità del cinema commerciale e quelle del cinema d’autore. Per questo tipo di film ho l’impressione che sia diventato più difficile mettere in piedi delle produzioni. Sempre più soldi nell’industria vengono introdotti da investitori che richiedono meno rischi. I registi che devono realizzare il loro secondo film, che hanno quindi già esordito nel cinema, non dovrebbero comunque incontrare difficoltà nel reperire fondi per proseguire le proprie carriere. Chi invece troverà molte più difficoltà sono i debuttanti, che non trovano più una situazione a loro favorevole come prima.

Ad inizio anno si era parlato di una fusione tra le due più grandi compagnie di produzione coreane, la CJ Entertainment e la Cinema Service. Pare che la fusione non si farà: cosa avrebbe cambiato nel panorama dell’industria coreana?

L’ipotesi di fusione tra CJ Entertainment e Cinema Service è stata in effetti cancellata lo scorso mese. Confesso che l’ipotesi aveva suscitato non poche perplessità e preoccupazioni in termini di competizione nel mercato interno. L’esistenza di due compagnie importanti fornisce infatti un salutare livello di competizione sul mercato. Anche se l’ipotesi di comprare la Cinema Service è caduta, ad ogni modo la CJ rimane molto ambiziosa ed attiva. La situazione del mercato e della produzione a mio avviso è ora comunque molto positiva. Ci sono molti distributori e molti entrano nella produzione: questa diversità è certamente un aiuto alla varietà complessiva del panorama produttivo.

L’anno scorso per la prima volta il cinema coreano è riuscito ad ottenere importanti riconoscimenti internazionali con i premi per la miglior regia a Cannes e Venezia, rispettivamente a Im Kwon-taek e Lee Chang-dong. Quest’anno invece a Cannes nessun film coreano è stato selezionato nel programma ufficiale.

Ho l’impressione che Cannes sia molto aperta nei confronti dei registi di fama consolidata, come Im Kwon-taek, Lee Chang-dong o Hong Sang-soo. L’anno scorso ci sono stati nuovi film da tutti e tre questi registi, quindi quest’anno non ci potevano essere molte proposte da cineasti affermati. So che quest’anno era stato proposto alla commissione selezionatrice Memories Of Murder, il secondo film diretto dal regista di Barking Dogs Never Bite, Bong Joon-ho. Il film è stato però rifiutato pare in quanto giudicato dal comitato troppo commerciale.

Anche Kim Ki-duk aveva un nuovo film pronto.

Anche il film di Kim Ki-duk è stato sottoposto alla commissione, ma il comitato lo ha rifiutato. Kim ne è rimasto molto deluso. Pare che il film sia un’opera per lui di transizione, e che la commissione non l’abbia giudicato artisticamente soddisfacente quanto i suoi precedenti lavori, che avevano invece molto apprezzato.

Anche The Coast Guard dopo l’anteprima a Pusan non è stato selezionato a Berlino, come era legittimo aspettarsi dopo Bad Guy. E’ stato anch’esso rifiutato dai selezionatori?

Sì, The Coast Guard è stato rifiutato da Berlino. I selezionatori avevano appezzato molto Bad Guy e l’avevano selezionato con convinzione per il concorso, ma sono rimasti delusi da The Coast Guard e non l’hanno preso. Ad ogni modo, il film sarà presentato a Karlovy Vary, dove proprio l’anno scorso c’era stata la prima personale dell’opera di Kim.

Sembra che il numero di donne registe nel cinema coreano sia sempre più consistente. Come spieghi questo fenomeno?

Il numero di donne registe e produttrici sta incrementando notevolmente. Da un punto di vista storico questa affermazione delle donne rappresenta per la Corea un cambiamento quasi drammatico. Recentemente in una conversazione con la regista di Take Care Of My Cat, Jeong Jae-eun, ho discusso proprio questo argomento. La Jeong ha interpretato la crescita del numero di donne registe come un riflesso del fiorire negli anni ‘90 di un numero di scuole di cinema. In precedenza, la professione di regista era qualcosa che si apprendeva con un apprendistato, cosa che ovviamente favoriva gli uomini. Questa differenziazione favorisce quindi l’ingresso delle donne nel mondo del cinema.
Si può inoltre rimarcare un elemento sociologico più radicato nella società coreana. L’uomo coreano infatti tendenzialmente cerca un lavoro stabile e la sicurezza finanziaria. Il mestiere di regista comporta un’instabilità che le donne sono più disposte ad accettare. Quindi un primo passo è stato l’ingresso delle donne come registe di produzioni low buget o a medio costo. Sempre più però si stanno vedendo e si vedranno film commerciali ad alto budget e d’azione diretti da donne.

L’anno scorso ha visto un livello qualitativo della produzione d’autore davvero molto alto, grazie ai film di Lee, Hong, Im e Kim. Quali sono i film che la critica coreana ha ritenuto migliori? Pensi che quest’anno il livello sarà meno alto?

L’impressione è che l’anno scorso sia stato davvero un’annata eccezionale. Localmente i film più apprezzati sono stati certamente Oasis di Lee Chang-dong, The Turning Gate di Hong Sang-soo e Sympathy For Mr Vengeance di Park Chan-wook. Quest’anno ci sono alcuni film molto promettenti, ovviamente provenienti da registi meno noti, più giovani. Già due film rilevanti sono emersi dall’inizio dell’anno ad oggi: Save The Green Planet e Memories Of Murder. Il primo è stato un consistente fiasco al botteghino; il secondo esce giusto questo week-end e sono impaziente di verificare la reazione del pubblico. I dati delle prevendite paiono buoni. L’esito commerciale di Memories of Murder è particolarmente importante perché entrambi i film sono produzioni della Sidus, una compagnia di medie dimensioni che si è impegnata in produzione creative e a cui si debbono in particolare i due film di Hur Jin-ho, One Fine Spring Day e Christmas In August. La Sidus ha investito molti soldi in questi due film e, avendo stipulato un accordo per un pacchetto di distribuzione dei due titoli con la CJ, ora Memories deve recuperare pure le perdite di Save The Green Planet per salvare la compagnia dalle serie difficoltà finanziarie e dal rischio di chiusura.

A proposito di fiaschi commerciali scottanti, l’ultimo film di Jang Sun-woo, Resurrection of the Little Match Girl, il più costoso film coreano mai realizzato, è stato un disastro enorme al botteghino locale. Il film avrebbe potuto recuperare qualcosa con le vendite all’estero, ma la promozione del film a livello internazionale ha seguito una strategia incomprensibile. Ritirato da Rotterdam, il film è passato al Panorama di Berlino, dove quasi nessuno gli ha prestato attenzione. L’edizione DVD inoltre non ha i sottotitoli inglesi, cosa che pregiudica le vendite via internet, in continua crescita e sempre più rilevanti per i film coreani.

The Resurrection Of The Little Match Girl è stato un fiasco impressionante, ma è un film che personalmente mi piace molto. Parte come un film di genere, per poi trattare le convenzioni del cinema di genere in maniera totalmente priva di rispetto, come sempre in Jang. La compagnia che cura la vendita dei diritti evidentemente non aveva alcuna fiducia nel film. L’impressione è che ci fosse nel film un forte gap culturale. Secondo alcuni il film, che critica la società coreana con riferimenti precisi, sarebbe troppo locale per essere pienamente apprezzato dal pubblico internazionale. In verità, è proprio il pubblico internazionale del cinema d’autore quello che poteva essere più interessato al lavoro di Jang e su cui il film potrebbe maggiormente esercitare il suo appeal, e che avrebbe potuto quindi garantire un minimo recupero delle perdite.

Quali sono secondo te i migliori film coreani degli ultimi anni, a partire dal sorgere della cosiddetta Nouvelle Vague coreana?

Christmas in August è il film che ha risvegliato la mia passione per il cinema coreano. Ed è senza dubbio un film che ha esercitato una grande influenza su tutta la produzione successiva. Un film che portava un nuovo approccio ad un genere tradizionale del cinema coreano come il melodramma. Nell’ultimo anno il mio preferito potrebbe essere Sympathy For Mr Vengeance, ma spezzerei una lancia pure in favore di Memories Of Murder.

Lee Chang-dong è stato nominato recentemente Ministro della Cultura. E’ la prima volta che un cineasta ottiene una carica del genere?

Sì, è la prima volta che un cineasta è nominato Ministro della Cultura. La sua nomina ha suscitato qualche controversia in Corea. In particolare, Lee ha cercato di cambiare l’atteggiamento molto formale che caratterizza l’ambiente del Ministero della Cultura. Ha anche descritto la pratica di inchinarsi nei corridoi al passaggio del Ministro come qualcosa che gli ricorda il mondo della mafia. Gli pareva che il Ministro della Cultura fosse trattato come un boss. Ha cercato quindi di modificare il protocollo segnato da un formalismo spinto all’interno dell’ambiente ministeriale. Inoltre è certo che il suo modo di vedere le cose, lo porterà a tentare modifiche complessive del business culturale.
Lee è stato poi recentemente al centro di una controversia molto forte a causa delle sue dichiarazioni a proposito di un episodio di cronaca. Un metrò ha preso fuoco in una galleria. Nel momento in cui il convoglio è arrivato ad una stazione, e le porte sono state aperte per far fuggire i passeggeri, un altro convoglio stava arrivando nell’altra direzione. Le comunicazioni erano state interrotte e il macchinista del secondo metrò, preso dal panico, pensò di chiudere tutte le porte del convoglio, per non far penetrare le fiamme. In realtà, molte persone rimasero intossicate: vittime e feriti furono molti. Lee fece una dichiarazione in cui espresse l’opinione che il comportamento del conducente di metrò illustrava bene come i coreani non siano capaci di pensare da soli. La sua dichiarazione ha provocato un putiferio. In effetti, quanto cercava di esprimere era l’idea che i coreani sono ancora irreggimentati, come in una società militare, in cui è strettamente necessario ricevere ordini dall’alto prima di poter agire. Lasciati a se stessi non sanno che fare.

Prima di lavorare come regista Lee è stato romanziere. Ci puoi dire qualcosa della sua attività letteraria?

In verità non sono un grande esperto della produzione letteraria di Lee nemmeno io. In effetti Lee, seppure molto apprezzato dalla critica, non era un romanziere famosissimo, prima di iniziare la sua collaborazione come sceneggiatore per i film di Park Kwan-su. La sua opera letteraria in qualche modo fa pensare al lavoro dei suoi film primi, come Peppermint Candy. E’ sempre stato considerato un intellettuale engagé. C’è da dire inoltre che Lee è stato per lungo tempo insegnante in università e scuole superiori, un’attività che egli stesso ha preso sempre molto sul serio e ancor oggi ritiene di grande importanza per la sua formazione.
Lee inoltre è stato molto partecipe nel movimento che ha lottato per il mantenimento delle quote di programmazione in Corea. E’ certo che la sua convinzione sarà mantenuta nel suo incarico di Ministro. Un altro punto rilevante è quello che concerne la censura. Prima della fine del suo mandato, che credo abbia una durata di tre anni, Lee dovrà incontrare i membri della commissione di censura. Un conflitto è quasi certo, il caso di Too Young To Die l’anno scorso è stato troppo scottante perché qualcosa non cambi, ed è certo che Lee è intenzionato a portare avanti una politica riformista nel suo ambito, come il nuovo presidente in ogni ambito della politica in generale.

Qual è la tua opinione sulle retrospettiva dedicata alla Golden Age coreana degli anni ’60 presentata qui a Udine?

Avendo partecipato alla selezione dei film posso dire che il nostro intento era quello di proporre una vetrina in grado di rendere idea della diversità della produzione dell’epoca. In una prima retrospettiva sul cinema coreano degli anni ’60, quello che abbiamo cercato di far emergere non erano soltanto i capolavori, le vette della produzione, quanto piuttosto i trend presenti nella produzione. I film sono quindi rappresentativi di generi diversi, come pure di stili molto differenziati tra loro. Quindi scegliendo un numero limitato di film, quello che volevamo convogliare erano le differenti facce della produzione dell’epoca, la sua consistente varietà.

(Trascrizione e traduzione a cura di Paolo Bertolin)

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