Come
ho scoperto la Corea - Intervista ad Alberto Barbera di Paolo Bertolin
Alberto Barbera è stato Direttore della
Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia dal
1999 al 2001. Nei suoi tre anni di direzione, Barbera ha avuto
il merito di segnalare per la prima volta in maniera eclatante
all’attenzione del pubblico italiano e dei nostri media l’esistenza
di una nouvelle vague coreana, selezionando ogni anno per
il concorso di Venezia un titolo coreano. Prima del suo triennio,
solo nel 1987 un film coreano era stato ammesso al concorso
veneziano, Sibaji
di Im Kwon-taek, che in tale occasione vinse il premio per
la migliore interpretazione femminile. Ma le scelte di Barbera,
e dei suoi collaboratori, si sono rilevate chiave nella promozione
della cinematografia coreana poiché i titoli scelti hanno
fatto discutere, creando ampie polemiche, come pure consistenti
fraintendimenti: Lies
di Jang Sun-woo, The Isle
e Address Unknown
di Kim Ki-duk. I risultati però ci sono stati, e tutt’altro
che insignificanti! Lies è stato il primo film coreano
a ricevere un distribuzione italiana in sala dai tempi di
Perché
Bodhi Dharma è partito per l’Oriente?, The
Isle è divenuto un cult movie ed è stato trasmesso da
Tele+, e, soprattutto, Kim Ki-duk è oggi uno dei registi più
apprezzati nel panorama mondiale, seppur ancora ampiamente
controverso.
Cinemacoreano.it ha incontrato Alberto Barbera al 32° International
Film Festival Rotterdam, dove era presidente della giuria.
L’incontro è avvenuto la mattina prima dell’assegnazione dei
premi, quando ancora non sapevamo che Jealousy
Is My Middle Name di Park Chan-ok era tra i tre eguali
vincitori dei Tiger Award. In
questi anni si è sviluppata un’interessantissima new wave
coreana che si segnala anche qui a Rotterdam. Nei tre anni
in cui è stato direttore della Mostra di Venezia per tre anni
consecutivi ci sono stati in concorso film coreani: nel 1999
Lies di Jang Sun-woo, nel 2000 The Isle di Kim
Ki-duk e nel 2001 Address Unknown ancora di Kim. Questa
circostanza, di certo non programmata, come ha preso corpo?
Come fu selezionato ad esempio Lies?
Lies è stato molto criticato perché era un film fortemente
provocatorio. E’ stato recepito malissimo, e da parte di molti
la lettura del film è stata molto limitata. E’ un caso di
film che tra dieci anni sarà probabilmente rivalutato da tutti.
Eravamo consapevoli del rischio che correvamo mettendo in
concorso un film del genere. Eravamo però altrettanto consapevoli
del valore e dell’interesse del film, quindi abbiamo deciso
che il rischio andava corso. In qualche misura ci attendevamo
una reazione riduttiva e fuorviante, però se si dovessero
fare solo scelte certe che portano risultati prevedibili,
non varrebbe neanche la pena di fare i festival. I festival
hanno soprattutto lo scopo di far scoprire autori nuovi, cinematografie
emergenti, di mettere in evidenza le novità, quello che si
muove, quello che cambia, sapendo che così si corrono dei
rischi più alti. Spesso la soluzione più semplice è quella
di fare un festival di valori certi, di valori acquisiti,
mettendo in concorso solo autori noti. A volte si corre però
il rischio di prendere un brutto film di un autore affermato
invece di un buon film di un autore nuovo, che rischia di
non essere immediatamente riconosciuto come tale. Se però
i festival non fanno questo, non servono a nulla.
Per quanto riguarda invece Kim Ki-duk
che fu selezionato con The Isle e fece altrettanto
scalpore?
Certo, anche quello era un film provocatorio.
Quando lo abbiamo visto, ci ha molto colpito: era assolutamente
evidente che era un film di grandi qualità visive, ma non
soltanto, dietro le quali c’era la mano di un filmmaker certo.
Al di là del fatto che si poteva condividere magari solo in
parte tutto il film, non c’era dubbio che dietro la macchina
da presa ci fosse un regista con una forte personalità, con
un suo sguardo, con un suo modo di girare. Anche lì ci siamo
chiesti se come l’anno precedente valeva la pena di correre
di nuovo lo stesso rischio e ci siamo detti sì, che valeva
la pena, che ci si devono assumere delle responsabilità, fare
delle scelte che possono non essere immediatamente recepite,
ma che poi sulle lunghe distanze magari danno dei frutti.
Adesso Kim Ki-duk è infatti diventato un nome che conta. Oggi
si va a vedere un film di Kim Ki-duk!
L’anno successivo ci fu poi la conferma
di Kim Ki-duk per il concorso con Address Unknown e
addirittura la selezione di un altro film coreano per l’altro
concorso, Flower
Island di Song Il-gon. Quindi due film coreani a Venezia.
Lì c’era già la percezione che stava succedendo
qualcosa di importante in Corea. Non era soltanto l’emergenza
di alcuni film isolati in un contesto desertificato, come
talvolta accade. A quel punto c’era la sensazione che qualcosa
si stava muovendo: c’era un incremento della produzione, un
innalzamento della qualità complessiva, l’emergenza di nuovi
autori. C’era insomma la sensazione che, come ogni tanto succede,
in quella parte del mondo si stava assistendo alla nascita
di una sorta di nouvelle vague locale, come indubbiamente
è, e l’offerta dunque cominciava ad essere talmente abbondante
che ci siamo limitati a scegliere dei film che quell’anno
ci parevano più interessanti. Ma ne abbiamo lasciati fuori
altri! Avremmo potuto prenderne anche altri perché la qualità
era davvero molto alta.