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Kim
ki-duk: un ritratto
di Kim So-hee*
"E' come
un gemito
da un abisso.
La terra ferita urla
e la sua voce si fa pian piano più forte.
La voce giunge
dalle profondità
come da una feniditura di un abisso,
un abisso ruggente"
Antonin Artaud
I film di Kim Ki-Duk
hanno la caratteristica di mettere a disagio. Chi non si sentirebbe
a disagio di fronte a film che testimoniano una realtà estranea
e sono fatti di immagini non facilmente identificabili? E
oltretutto, la critica cinematografica femminista lo fa oggetto
di attacchi isterici, definendolo a volte uno "psicotico",
a volte un "buono a nulla".
Kim Ki-Duk cerca di spiegare
questi attacchi come "un'ansia che la gente mainstream
prova nei confronti di coloro che non appartengono a quel
mondo", e si contrappone a cineasti come Hong Sang-Soo e Lee
Chang-Dong e alle loro "attitudini intellettuali", definendosi
non-mainstream proprio in antitesi alla loro posizione
mainstream: un tentativo di distinguere la sua ideologia
e la sua estetica da quella di altri, certo, ma soprattutto
una reminiscenza della sua infanzia. Kim Ki-Duk dopo aver
terminato la scuola dell'obbligo ha lavorato in fabbrica dall'età
di 17 anni. Nel 1990, dopo aver messo insieme abbastanza soldi
per un biglietto aereo, si è trasferito in Francia per "studiare
all'estero" e si è mantenuto per due anni vendendo i suoi
quadri. Non ha goduto di nessun genere di "normale" istruzione
istituzionalmente intesa. Perciò è inevitabile che qualsiasi
tipo di sensibilità o di forma del discorso mainstream
sia inadatta a chi, come lui, è vissuto ai margini.
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