Sono.... sono.... / i tuoi fiori / i tuoi fiori / fiori per
me
Quando li guardo, sai / mi sembra che parlino / ma so che
è una follia /o forse era un sogno in cui / dicevano:
non andare / non andare / non andare via
Ha un
effetto straniante sentire una canzone cantata in italiano
in uno dei momenti più emozionanti del nuovo film di Kim Ki-duk,
Bad Guy. La voce è quella di Etta Scollo,
cantautrice siciliana stabilitasi da tempo in Germania, che,
roca e suadente ad un tempo, svetta sul tappeto sonoro di
chitarra e violoncello, piano e contrabbasso.
La sequenza quella in cui Han-gi conduce Sun-hwa sulla spiaggia:
una donna vestita di rosso sta accosciata sulla rena e guarda
il mare. D'un tratto si alza e si dirige verso la battigia.
Sun-hwa prende il suo posto, e accosciata sulla sabbia guarda
la donna scomparire tra i flutti. Ma quella donna è scomparsa
da tempo, e di lei nella vita di Han-gi rimangono solo due
foto, che rimarranno a lungo senza volto.
E' solo uno dei momenti in cui la stabilità e la linearità
della narrazione crollano, un momento di collasso delle categorie
del prima e del dopo, dei nessi di causa ed effetto: Kim ki-duk
mette in scena diversi piani di realtà, mescolando il
ricordo
con il sogno, il desiderio con la realtà.
Poco importa allora ricostruire il filo del racconto, che
vede Han-gi, "bad guy" silenzioso e poco socievole,
tessere intorno a Sun-hwa una tela che la porterà a prostituirsi
sotto i suoi occhi. Perché in Bad Guy (ma l'osservazione
vale per tutto il cinema di Kim Ki-duk) non hanno importanza
le ragioni psicologiche dei personaggi o la coerenza degli
avvenimenti che, in quanto tali, semplicemente accadono.
La macchina da presa di Kim Ki-duk filma senza apparentemente
sforzarsi di dare un senso a ciò che riprende, come se esistesse
una ragione profonda di tutto ciò che accade, una ragione
che lo spettatore può cogliere solo su un piano diverso da
quello della razionalità.
Ciò detto, è immediatamente evidente la ragione
per la quale il cinema di Kim Ki-Duk mette a disagio: la messa
in scena di una realtà incomprensibile, pur nella sua evidenza
fenomenica, introduce nel racconto elementi di instabilità
non facilmente digeribili; e anche i personaggi di Bad
Guy, come d'altronde quelli dei film precedenti, disperatamente
fragili e violenti come sono, risultano inclassificabili nelle
categorie tradizionali di bene e male, di bello e brutto:
mettono in discussione i limiti di classe e di genere, i concetti
di normalità e anormalità, ordine e disordine, così come il
modo di raccontare di Kim conduce a una poco rassicurante
perdita delle coordinate e dei punti di riferimento.
Il cinema di Kim Ki-duk è anche un cinema crudele. Ma non
di una crudeltà spettacolare e compiaciuta: la crudeltà del
suo cinema è innanzi tutto per Kim lo specchio di un'aspirazione
mai sopita a trovare un senso alla crudeltà di ciò che gli/ci
sta intorno. Ecco che allora la relazione masochistica fra
Han-gi e Sun-hwa si riscatta proprio nella tensione che innerva
tutta la vicenda a ritrovare le tracce della via che può condurre
i personaggio a uno stato superiore a quello della contaminazione
con una realtà insostenibile, distruttiva e violenta.
Bad Guy è innanzitutto è un grido disperato, e
al tempo stesso un tentativo titanico di trasformare la difficoltà
in possibilità, l'angoscia in pacificazione, la crudeltà in
amore.