Real Fiction è il film
a cui tengo maggiormente […]
spero che un giorno il pubblico scopra anche questo
film.
Kim Ki-duk
Tra le opere che seguono l’importante
segnalazione internazionale che Kim Ki-duk ha ricevuto
a Venezia con The Isle, Real Fiction
è senza dubbio la più trascurata e sottovalutata;
non senza un certo rammarico lo stesso regista ha
osservato come molte persone abbiano considerato questo
progetto più come un “evento” piuttosto che un film;
il pur interessante e curioso aspetto sperimentale
ha dunque portato la critica a glissare sul complesso
e pregnante tema trattato. Forse il modo migliore
per avviare un doveroso processo di riscoperta di
quest’opera è quello di rovesciare l’approccio fin
qui attuato elencando brevemente lo sperimentalismo
tecnico che ha caratterizzato la lavorazione per poi
tentare di analizzare il contenuto proposto.
Per la sua opera quinta Kim ha scelto di girare l’intero
film (della durata complessiva di 83 minuti) in 200
minuti, facendo uso simultaneo di 10 cineprese e 2
videocamere digitali. Una tale scommessa produttiva
ha richiesto l’aiuto di ben 11 assistenti alla regia
e oltre 10 giorni consecutivi di prove.
Se l’inusuale lavorazione fa di Real Fiction
un film unico, la vicenda narrata rientra pienamente
in quel “grande progetto cinematografico” costituito
dalla filmografia di Kim Ki-duk; oltre ad approfondire
con rabbia e coraggio il ritratto dei lati più oscuri
e poveri della società coreana, in Real Fiction
appaiono numerosi temi destinati a rincorrersi nelle
opere del regista: il protagonista parla pochissimo
(si pensi a The Isle e Bad Guy) e questa
verbalità diradata viene innalzata a simbolo di sincerità
e di ferita interiore, così come la vistosa cicatrice
al collo (ripresa successivamente in Bad Guy),
simbolo tangibile e indelebile dell’accanita competizione
sociale; infine i trascorsi militari e la follia omicida
del protagonista, elementi che saranno sviluppati
ampliamente in The Coast Guard. Il tutto intrecciato
(o forse meglio intaccato) da quella particolarissima
crudeltà che costituisce la chiave interpretativa
dell’intera filmografia di Kim Ki-duk. Con Real
Fiction Kim intende descrivere tre differenti
punti di vista dell’io: “l’io”, “un altro io” e “l’io
sociale” e a ben vedere questa rigorosa e ardua ripartizione
del soggetto – qui utilizzata per la prima volta –
verrà mantenuta nelle opere successive. Lo sforzo
di Kim è dunque diretto verso tutte le possibili sfaccettature
del soggetto cercando di porre contemporaneamente
in relazione l’io con un sé stesso “altro” e con i
rapporti che l’individuo intesse con la società. In
Real Fiction questa tripartizione viene proposta,
sviluppata e portata fino all’ossimoro; e in fondo
è proprio a ciò che Kim vuole giungere, all’inconciliabilità
di realtà e finzione, all’impossibilità della finzione
di farsi realtà e all’impossibilità della realtà di
far radicare e agire in sé stessa la finzione. Se
sotto un certo aspetto si potrebbe obiettare che la
dialettica realtà/finzione e, con essa, la scoperta
finale che la furia omicida del protagonista è solo
un sogno, costituisce una metafora che sfonda porte
aperte (si pensi per esempio ad American Psycho
di Mary Harron), è da osservare che Kim non pone questa
annosa dialettica come postulato bensì come catalizzatore
dell’intera vicenda. Il regista mette in atto uno
“spostamento in avanti” del confine della realtà creando
così una dimensione doppia del reale cinematografico
nella quale utilizzare la fiction – genialmente incarnata
nella donna eterea (altro ossimoro) con la videocamera
– come dimensione che pur essendo agente in potenza,
è comunque incapace di modificare la realtà. La vendetta
del protagonista, incitata dalla sua coscienza (“l’altro
io”) e dalla donna, non sarà altro che un lucido viaggio
in sé stesso, nelle sue più profonde e scottanti ferite.
La dimensione fittizia mistifica tutto ciò, illudendo
il protagonista (e quindi lo spettatore) che la sua
azione sia tangibile, reale; d’un tratto la ribellione,
la crudele uccisione della donna eterea ed il definitivo
ritorno alla realtà (cinematografica). Uccisa la donna
il protagonista tornerà esattamente dove prima.
Nulla è mutato. Come se non fosse successo nulla;
questa parentesi, quasi fosse un vuoto di racconto,
Kim riesce magistralmente ad “allungarla” per la durata
pressoché totale del film, come a voler suggerire
che la crudeltà che mette nelle sue opere (dimensione
fittizia) è sì circoscritta all’illusione cinematografica
ma vorrebbe “essere riconosciuta come l'aspirazione
a trovare un senso alla crudeltà delle nostre vite
e del mondo in cui viviamo” (dimensione reale).
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