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Bad Guy
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Distribuito da Mikado

Bad Guy di Kim Ki-duk

di Gianluca Gibilaro
 


Ecco qui i tuoi fiori / belli e misteriosi / con un non so che di strano,

e per questo io / li ho messi in un vaso / a forma di corpo umano.

Sono.... sono.... / i tuoi fiori / i tuoi fiori / fiori per me

Quando li guardo, sai / mi sembra che parlino / ma so che è una follia /o forse era un sogno in cui / dicevano:

non andare / non andare / non andare via

Ha un effetto straniante sentire una canzone cantata in italiano in uno dei momenti più emozionanti del nuovo film di Kim Ki-duk, Bad Guy. La voce è quella di Etta Scollo, cantautrice siciliana stabilitasi da tempo in Germania, che, roca e suadente ad un tempo, svetta sul tappeto sonoro di chitarra e violoncello, piano e contrabbasso.
La sequenza quella in cui Han-gi conduce Sun-hwa sulla spiaggia: una donna vestita di rosso sta accosciata sulla rena e guarda il mare. D'un tratto si alza e si dirige verso la battigia. Sun-hwa prende il suo posto, e accosciata sulla sabbia guarda la donna scomparire tra i flutti. Ma quella donna è scomparsa da tempo, e di lei nella vita di Han-gi rimangono solo due foto, che rimarranno a lungo senza volto.
E' solo uno dei momenti in cui la stabilità e la linearità della narrazione crollano, un momento di collasso delle categorie del prima e del dopo, dei nessi di causa ed effetto: Kim ki-duk mette in scena diversi piani di realtà, mescolando il ricordo con il sogno, il desiderio con la realtà.
Poco importa allora ricostruire il filo del racconto, che vede Han-gi, "bad guy" silenzioso e poco socievole, tessere intorno a Sun-hwa una tela che la porterà a prostituirsi sotto i suoi occhi. Perché in Bad Guy (ma l'osservazione vale per tutto il cinema di Kim Ki-duk) non hanno importanza le ragioni psicologiche dei personaggi o la coerenza degli avvenimenti che, in quanto tali, semplicemente accadono.
La macchina da presa di Kim Ki-duk filma senza apparentemente sforzarsi di dare un senso a ciò che riprende, come se esistesse una ragione profonda di tutto ciò che accade, una ragione che lo spettatore può cogliere solo su un piano diverso da quello della razionalità.
Ciò detto, è immediatamente evidente la ragione per la quale il cinema di Kim Ki-Duk mette a disagio: la messa in scena di una realtà incomprensibile, pur nella sua evidenza fenomenica, introduce nel racconto elementi di instabilità non facilmente digeribili; e anche i personaggi di Bad Guy, come d'altronde quelli dei film precedenti, disperatamente fragili e violenti come sono, risultano inclassificabili nelle categorie tradizionali di bene e male, di bello e brutto: mettono in discussione i limiti di classe e di genere, i concetti di normalità e anormalità, ordine e disordine, così come il modo di raccontare di Kim conduce a una poco rassicurante perdita delle coordinate e dei punti di riferimento.
Il cinema di Kim Ki-duk è anche un cinema crudele. Ma non di una crudeltà spettacolare e compiaciuta: la crudeltà del suo cinema è innanzi tutto per Kim lo specchio di un'aspirazione mai sopita a trovare un senso alla crudeltà di ciò che gli/ci sta intorno. Ecco che allora la relazione masochistica fra Han-gi e Sun-hwa si riscatta proprio nella tensione che innerva tutta la vicenda a ritrovare le tracce della via che può condurre i personaggio a uno stato superiore a quello della contaminazione con una realtà insostenibile, distruttiva e violenta.
Bad Guy
è innanzitutto è un grido disperato, e al tempo stesso un tentativo titanico di trasformare la difficoltà in possibilità, l'angoscia in pacificazione, la crudeltà in amore.

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